Shell dà i numeri e non sono buoni

 di Luca Manes *

Il rapporto annuale della Shell, appena reso pubblico, rivela una lunga serie di dati quanto mai interessanti. A cominciare dalla notizia che nei confronti della compagnia petrolifera anglo-olandese è stata intentata una causa «per aver contribuito a causare i cambiamenti climatici». Senza fornire ulteriori particolari, ma evidenziando che anche altre corporation sarebbero coinvolte, l'azienda si è subito affrettata a dichiarare di ritenere «che queste cause siano prive di valore e non siano di pertinenza della Shell». Considerando il precedente dello scorso anno, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti archiviò una denuncia di simile portata, c'è poco da essere ottimisti sul buon esito dell'azione legale.

Ma di cause è probabile che l'oil corporation ne subirà anche altre, soprattutto in merito ai numerosi sversamenti di petrolio avvenuti durante le sue attività estrattive. La Shell, infatti, ha ufficialmente ammesso che nel corso del 2011 ci sono state 207 perdite, forse 211 se saranno confermati altri casi in Nigeria, dove l'incidente presso l'impianto offshore di Bonga è stato uno dei più rilevanti. Un altro episodio di una certa gravità è quello capitato alla piattaforma Gannet Alpha, nel Mare del Nord, per non parlare dei 23 chilometri quadrati di laghetti inzuppati di sostanze tossiche collegate all'estrazione delle sabbie bituminose ad Athabasca, nella regione canadese dell'Alberta.


L'aumento rispetto al 2010, si legge sempre nel rapporto annuale, è degno di nota - due anni fa gli sversamenti erano stati 195. La compagnia si è affrettata a specificare che per porre rimedio a tutti gli incidenti è «intervenuta in maniera sollecita ed efficace». Soprattutto le associazioni e le comunità del Delta del Niger non sono esattamente della stessa idea e anche a proposito del gas flaring - quando estraendo il greggio si brucia il gas in torcia - hanno ben altre opinioni. Sulla contestatissima pratica molto utilizzata in Nigeria la Shell continua a sostenere di star compiendo i passi necessari per ridurne l'entità. Ma ormai sempre più rapporti indipendenti, tra cui quello molto critico rilasciato lo scorso agosto dall'agenzia ambientale delle Nazioni Unite, denunciano come negli ultimi anni siano stati compiuti pochissimi passi in avanti sulla questione. L'azienda anglo-olandese e le altre attive nel Delta, tra cui l'italiana Eni, dovrebbero rispettare una legge del 1979 - l'Associated Gas Reinjection Act - che fissava al 1 gennaio 1984 il limite ultimo, e una sentenza dell'alta Corte Federale di Benin City datata 14 novembre 2005, per porre fine alla pratica. In quello storico pronunciamento (favorevole ai rappresentanti di Iwhrekan nei confronti della Shell) si ribadì che il gas flaring viola il diritto fondamentale delle persone alla vita e alla dignità e che i cittadini nigeriani, in base alla Costituzione, hanno diritto a svolgere la loro esistenza in un «ambiente salubre e privo di veleni e inquinamento».


Per la verità la Shell ha chiarito che altrove, specificatamente in Iraq, nel 2012 il gas flaring è destinato ad aumentare. Eppure con introiti pari a 28,6 miliardi di dollari, addirittura il doppio rispetto al 2010, la compagnia potrebbe fare molto di più in termini di sicurezza e tutela ambientale. Invece pensa a incrementare, e anche di parecchio, gli incentivi e i bonus per il suo amministratore delegato, lo svizzero Peter Voser - lo scorso anno il gran capo in totale ha ricevuto emolumenti per oltre 12 milioni di euro. E, come se non bastasse, si sta organizzando per trivellare sempre di più l'Artico, nonostante sia notizia recentissima delle critiche subite da numerosi parlamentari britannici proprio in relazione a questo altro «fronte caldo».


* da il manifesto del 20 marzo 2012