Il PIL cresce con la pioggia

  di Pierluigi Sullo *

Sarebbe troppo facile, far notare che la disastrosa alluvione tra Toscana e Liguria aiuterà il PIL italiano a crescere, e che quindi anche il Consiglio europeo avrà meno rimproveri da fare al nostro governo (e paese). Così come è una amarissima ironia il fatto che una delle aree allagate, proprio nell’epicentro della “bomba d’acqua”, come dice Walter Domenichini, che si occupa di ambiente per il Prc della Spezia, doveva ospitare a breve la posa della prima pietra di un mega-oulet, una città dello shopping come se ne vedono spuntare ovunque.

Più seriamente, si potrebbe dire, come ha fatto il presidente Napoletano, che i cambiamenti climatici non sono gratis o un evento esotico ma appunto il fatto che 500 millimetri di pioggia cadono tutti insieme: magari il presidente avrebbe potuto dolersi pubblicamente del fatto che l’Italia è il paese in cui le emissioni di gas serra sono aumentate di più, dopo il Trattato di Kyoto.
Magari ora si potrebbe di nuovo obiettare che la “grande opera”, come quella per antonomasia, il mega-tunnel in Val Susa, non fanno che aggravare una situazione già al collasso, quanto a cementificazione, cioè impermeabilizzazione del suolo (quella cosa su cui l’acqua scivola senza essere assorbita), assedio ai fiumi (quella cosa per cui l’acqua, non avendo zone di esondazione naturali, diventa un treno ad alta velocità come nelle vie di Monterosso), abbandono delle zone rurali, specie di collina e di montagna (quella cosa per cui la terra, non più coltivata e trattenuta da alberi e terrazze, quando si gonfia d’acqua inesorabilmente viene giù), costruzione di strade e autostrade a prescindere (quella cosa per cui i sottopassi diventano trappole mortali).

 

Difficile, molto difficile è comprendere perché nessun governo, di nessun tipo (salvo qualche eccezione locale), ha imparato una qualche lezione dalle decine di alluvioni e frane di cui ci si occupa solo perché tutto fa spettacolo e poi bisogna contare i morti, e non abbia deciso che migliaia di piccole opere sarebbero molto più utili – perfino al Pil – di alcune decine di grandi opere e di alcune centinaia di operazioni di soccorso e ricostruzione. Ricostruzione che per altro nemmeno si fa più, come nei comuni del messinese trascinati a valle e annegati non molto tempo fa e dove – grosso modo – quel che si fa è di costruire mega-argini di cemento armato, mentre le case, i paesi, il territorio, le campagne, diventati ormai nemici, vengono solo ostacolati nella loro irresistibile discesa verso il basso. La cosa veramente impressionante (era evidente anche martedì sera, nell’ennesima farsa di Ballarò) è che – più o meno – tutti sono concordi nel dire che sì, il problema è il debito pubblico, e che sì, questo problema va affrontato tagliando qui e là, dividendosi magari sul qui e sul là, e privatizzando e svendendo patrimonio pubblico e riducendo le pensioni e alzando l’Iva e condonando gli evasori, ecc. Mentre quel tale volontario della Protezione civile, un civile che proteggeva il suo paese, annegava nel fango, letteralmente.

 

* Rubrica “Democrazia km zero” pubblicata dal manifesto giovedì 27 ottobre 2011