La quattordicesima idea per "salvarci" dal capitalismo

   di Alessandro Farulli *

Tredici idee per rifondare il capitalismo possono sembrare tante o poche. Per qualcuno sarà come voler alzare il volume a un film muto, per altri sarà la soluzione a tutti i mali, per noi un buono spunto, ma con almeno un convitato di pietra - la quattordicesima idea - del quale non possiamo tacere.
Nell'articolo a firma Bill Clinton pubblicato oggi da Repubblica, ovvero le idee raccolte in Usa dalla rivista The Nation, laboratorio di idee della sinistra a stelle e strisce, la sostenibilità è perno centrale e questo aspetto è notevole. Tutto però è spostato sulla questione, certamente importante, dell'energia - sia per la produzione, sia per la ricerca, sia per l'occupazione - mentre la materia, che sarebbe l'altra fondamentale gamba dell'economia ecologica, non c'è traccia.

Non è, purtroppo, cosa da poco. Perché se anche si riuscisse a risolvere nel migliore dei modi la questione energetica, avremmo comunque un problema di risorse scarse di materia, anche per la produzione delle stesse tecnologie che ci dovrebbero portar fuori dalle fonti fossili.
L'analisi quindi è monca. Drammaticamente monca. La nuova industria non può essere quella che semplicemente riduce i consumi energetici al minimo, ma anche quella che riduce gli scarti al minimo. Che li riutilizza al massimo. Dentro una logica di crescita che non veda nell'energia illimitata (perché rinnovabile) l'idea che allora non abbiamo più limiti.
Ci aiuta a comprendere la situazione il demografo fiorentino Massimo Livi Bacci che, intervistato dal Manifesto, spiega: «il fatto è che tutti vogliono la crescita, nessuno vuole la depressione. Anche gli ecologisti più intransigenti sarebbero incerti se io gli prospettassi uno scenario di decrescita del 3 o 4 per cento all'anno. La crescita è il risultato di una serie di fattori: il lavoro umano, la materia prima, l'energia, la tecnologia, la conoscenza incorporata. Un euro di prodotto è la combinazione di questi fattori: la risposta non è quella di non produrre, ma di produrre con un mix vantaggioso di fattori. Ma è anche il risultato di una logica economica data come una verità di vangelo, e da nessuno praticamente messa in discussione... A me non interessa la logica economica».
Il Manifesto fa notare a Bacci che «purtroppo interessa molto a tutti quelli che "contano". La Signora Marcegaglia invoca la “crescita” ogni tre parole». Non solo, aggiungiamo noi che oggi, sul Sole 24 Ore, la stessa presidente di Confindustria dopo la lettera che ha inviato ai parlamentari per non appoggiare l'innalzamento dell'obiettivo al 30% sulle emissioni, ha ricordato - sottintendendo che il governo italiano dovrebbe prenderne spunto - che «in altri Paesi sono stati attuati pacchetti di stimolo all'edilizia».
Logica anni 60, quindi, che Bacci commenta così: «Quello che a me interessa è ragionare su quale crescita. Io voglio una crescita nella quale contino sempre di più tecnologia e innovazione, e contino sempre di meno consumo di energia e di materia prima. Una crescita così avrebbe un impatto scarso, mentre invece una crescita che richiede tantissima materia prima, tantissima energia è una crescita che comporta un'impronta ecologica fortissima».
Insomma «Bisogna ragionare su quale sviluppo. Sono necessarie tecnologie e innovazione, meno consumi di energia» la crescita io non la considero un tabù. Ma è ancora peggio considerarla il peccato originale! Mi interessa discutere su "quale" crescita, mentre la discussione teologica su crescita sì-crescita-no non m'interessa per niente».
Come del resto, lo abbiamo detto in tutte le salse, non interessa nemmeno a noi, anche se disgraziatamente al momento il dramma vero è che quella crescita del passato con quegli stessi strumenti è irraggiungibile insostenibile e costa posti di lavoro; l'altra è una discussione che troppo poco circola nei mezzi di informazione, che poi magari oggi la esaltano, e domani la dimenticano.
Se vogliamo un altro modello di sviluppo (al momento crediamo ancora dentro il capitalismo, ma potremmo anche sbagliarci, e poi potrebbe essere anche un Cavallo di Troia, no?) bisogna che dalle discussioni dei think tank si arrivi a impegnarci la politica e quindi i governi. Altre strade non ne vediamo e dovrebbe far riflettere pure che il Fondo Monetario (Sole24ore pagina 16) sostiene che "Senza politica non c'è ripresa».

da Greenreport   22 giugno 2011