LA GUERRA NEL CUORE DELL'INDIA

di Arundhati Roy

Con il pretesto dello sviluppo, il governo indiano sta cedendo alla grande industria le risorse minerarie del paese. Ma per giustificare l’esproprio delle terre ha bisogno di un nemico. Così ha scelto i maoisti
Le colline dell’Orissa meridionale, con le loro cime piatte, erano la terra dei dongria kondh molto tempo prima che esistesse un paese chiamato India. Le colline proteggevano i kondh e i kondh proteggevano le colline. 

 

 Le veneravano come divinità. Adesso quelle colline sono state vendute perché contengono bauxite. Per i kondh è come se fosse stato venduto dio. Ma quanto costerebbero Rama o Allah o Gesù Cristo?

 

 

Forse i kondh dovrebbero essere contenti perché la collina di Niyamgiri, abitata dal loro Niyam Raja – il dio della legge universale – è stata venduta a una società che si chiama Vedanta, come il ramo della ilosoia indù che insegna la natura ultima della conoscenza. La Vedanta è una delle più grandi imprese minerarie del mondo ed è solo una delle tante multinazionali che si stanno gettando avidamente sull’Orissa. Il proprietario, Anil Aggarwal, è un miliardario indiano che abita a Londra in una casa appartenuta allo scià di Persia.

 

Se le colline dalla cima piatta saranno distrutte, spariranno anche le foreste che le ricoprono, insieme ai iumi e ai torrenti che irrigano le pianure sottostanti. E spariranno i dongria kondh, e tutte le popolazioni tribali che popolano il cuore boscoso dell’India e sono minacciate dalle multinazionali.

 

Chi abita nelle nostre città inquinate e sovraffollate dice: “E allora? Qualcuno dovrà pur pagare il prezzo del progresso”. C’è perino chi arriva a dire: “Bisogna essere realistici: l’ora di quelle persone è arrivata. Tutti i paesi sviluppati hanno un ‘passato’. Perché non dovremmo averlo anche noi?”. Sulla base di queste considerazioni il governo indiano ha annunciato l’operazione Green hunt, caccia verde, una guerra contro i ribelli “maoisti” che si nascondono nelle giungle dell’India centrale. I maoisti non sono gli unici a ribellarsi. Ci sono i senzaterra, i dalit, i senzatetto, gli operai, gli agricoltori, i tessitori, e tutti si battono contro una serie di ingiustizie. Una di queste è l’esproprio delle terre e delle risorse compiuto dai grandi gruppi industriali, con l’appoggio dei politici.

 

Ma secondo il governo indiano il pericolo numero uno sono i maoisti. Due anni fa, quando la situazione non era ancora così grave, il primo ministro Manmohan Singh li ha deiniti “la più grave minaccia per la sicurezza interna” del paese. Queste parole passeranno alla storia, perché il premier le ripete da allora. Il 6 gennaio 2009, a una riunione di governatori dei vari stati, Singh ha ammesso che le capacità dei maoisti sono “modeste”, ma chissà perché la sua dichiarazione non ha avuto nessuna risonanza. Il 18 giugno il premier ha rivelato i suoi veri timori davanti al parlamento: “Se l’estremismo di sinistra continuerà a proliferare in aree del paese ricche di minerali, gli investimenti ne risentiranno”.

 

Chi sono questi maoisti? Sono militanti del Cpi(m), il Partito comunista indiano (maoista) oggi fuori legge. È uno degli eredi del Communist party of India (marxistleninist) people’s war (Pwg) che guidò l’insurrezione naxalita del 1969 e fu successivamente liquidato dal governo indiano. La tesi dei maoisti è che le disuguaglianze strutturali della società indiana possono essere eliminate solo rovesciando lo stato con la violenza. Quando erano ancora il Maoist communist centre (Mcc) in Jhar khand e in Bihar e il People’s war group (Pwg) in Andhra Pradesh, i maoisti avevano un grandissimo consenso popolare. Ma la loro presenza in Andhra Pradesh è stata un disastro.

 

Si sono lasciati dietro una tale scia di violenze che perino i sostenitori più convinti hanno cominciato a criticarli. Dopo una serie di attacchi sanguinosi sferrati dalla polizia e dai guerriglieri, il Pwg è stato decimato. I sopravvissuti sono fuggiti nel vicino Chhattisgarh e, nell’oscurità della foresta, hanno raggiunto i compagni che da decenni svolgevano attività politica. È diicile entrare in contatto con i maoisti, perciò si sa poco sulla natura del movimento. L’intervista al compagno Ganapathy, uno dei leader del movimento, pubblicata recentemente dalla rivista Open, non ha fatto cambiare idea a quanti pensano che quello maoista è un movimento spietato e totalitario, che non ammette dissenso. Ganapathy non ha detto niente di convincente sulle capacità dei maoisti di governare una società come quella indiana, se mai dovessero arrivare al potere. La disinvoltura con cui Ganapathy ha giudicato positivamente le Tigri tamil (Ltte) dello Sri Lanka ha fatto rabbrividire anche i più bendisposti, non solo per la brutalità con cui le Ltte conducono la loro guerra, ma anche perché la tragedia che ha colpito i tamil dello Sri Lanka è in parte responsabilità delle Tigri.

 

Oggi, nell’India centrale, l’esercito guerrigliero maoista è composto quasi interamente da popolazioni tribali: persone poverissime, che muoiono di fame. A sessant’anni dalla cosiddetta indipendenza dell’India, queste popolazioni non hanno ancora diritto all’istruzione, all’assistenza sanitaria o ai risarcimenti che gli spettano per legge. Subiscono da decenni uno sfruttamento spietato e gli imbrogli di piccoli imprenditori e usurai. Le loro donne sono stuprate dai poliziotti e dalle guardie forestali. Il loro ritorno a una qualche forma di dignità dipende in larga misura dai maoisti, che vivono e combattono al loro ianco da decenni.

 

Le tribù hanno imbracciato le armi perché un governo che si è sempre distinto per la violenza e il disinteresse nei loro confronti ora sta cercando di strappargli l’ultima cosa che hanno: la terra. Naturalmente non credono che il governo stia solo cercando di “portare lo sviluppo” nella regione. Non credono che le gigantesche strade costruite dalla National mineral development corporation nelle foreste del Dantewada siano state realizzate per poter accompagnare i igli a scuola a piedi. Credono invece che se non combatteranno per la loro terra saranno annientati. Ecco perché hanno preso le armi. Ormai anche gli ideologi del movimento maoista sanno che il loro esercito straccione e morto di fame, fatto di soldati che non hanno mai visto un treno, un autobus e neanche una città, combatte per la sopravvivenza.

 

Il diritto all’autodifesa

 

Nel 2008 un gruppo di esperti nominato dalla commissione per la pianiicazione ha redatto un rapporto sulle “diicoltà dello sviluppo nelle aree infestate dagli estremisti”. C’era scritto: “Il movimento naxalita (maoista) è un movimento politico che riscuote ampi consensi tra i senzaterra, i contadini poveri e gli adivasi (gli abitanti originari dell’India). La sua nascita va considerata in rapporto alle condizioni sociali e all’esperienza delle persone che ne fanno parte. Il divario abissale tra le politiche che lo stato promette di adottare e quelle che efettivamente applica è parte integrante di questa situazione. Anche se in teoria l’obiettivo di lungo periodo è conquistare con la forza il potere statale, nelle sue manifestazioni quotidiane il movimento va considerato come una lotta per la giustizia sociale, l’uguaglianza, la sicurezza e lo sviluppo locale”. Altro che grave minaccia per la sicurezza interna!

 

Dal momento che la ribellione maoista è la notizia della settimana, improvvisamente tutti, dal riccone più gaudente al più cinico direttore di giornale, sembrano disposti ad ammettere che alla radice del problema ci sono decenni di ingiustizie. Ma invece di cercare di risolvere il problema, cercano di deviare il dibattito in una direzione completamente diversa, e se la prendono con il “terrorismo” maoista. Ma parlano solo a loro stessi.

 

Gli adivasi che hanno preso le armi non passano certo le giornate a esibirsi in tv o a leggere i giornali o a spedire sms in giro per trovare la risposta al quesito etico del giorno: “La violenza è buona o cattiva? Inviate la risposta con un sms al…”. No. Queste persone ci vivono, laggiù. Combattono. Pensano di avere il diritto di difendere le loro case e la loro terra. Pensano di meritare giustizia.

 

Per tenere i suoi cittadini più ricchi al sicuro da questa gentaglia pericolosa, il governo ha dichiarato una guerra, pur sapendo che per vincerla potrebbero volerci anche cinque anni. Il governo indiano ha detto di essere disponibile a parlare con il Pakistan anche dopo gli attentati del 26 novembre 2008 a Mumbai, ed è aperto al dialogo con la Cina. Ma quando si tratta di fare la guerra ai poveri, fa il duro. Non gli basta che la polizia speciale, con le sue squadre dai nomi totemici – Levrieri, Cobra e Scorpioni – scorrazzi per le foreste con licenza di uccidere. Non gli basta che i paramilitari della Central reserve police force (Crpf ), le guardie di frontiera della Border security force (Bsf ) e il famigerato battaglione Naga abbiano già commesso spaventose atrocità e devastazioni in villaggi isolati della foresta.

 

Non gli basta sostenere e armare il Salwa Judum, la cosiddetta “milizia popolare” che si è fatta strada attraverso le foreste del Dantewada a forza di omicidi, stupri e incendi, lasciandosi dietro 300mila persone senza casa. No: adesso vuole schierare la polizia di conine indotibetana e decine di migliaia di paramilitari. Vuole mettere una brigata di stanza a Bilaspur (cacciando gli abitanti da nove villaggi) e una base aerea a Rajnandgaon (svuotandone altri sette). Queste decisioni sono state prese molto tempo fa, dopo accurati studi di fattibilità. La guerra è in preparazione da tempo. Ora gli elicotteri dell’aviazione indiana sono stati autorizzati a sparare “per autodifesa”: lo stesso diritto che il governo nega ai cittadini più poveri.

 

Sparare a chi, poi? Come faranno le forze di sicurezza a distinguere un maoista da un comune cittadino che fugge terrorizzato nella giungla? Conteranno come maoisti anche gli adivasi armati di archi e frecce? E i simpatizzanti maoisti non combattenti? Quando sono stata nel distretto di Dantewada il capo della polizia mi ha mostrato le foto di 19 maoisti uccisi dai suoi “ragazzi”. Gli ho chiesto da cosa si capiva che erano maoisti. “Guardi signora”, mi ha risposto, “hanno addosso farmaci antimalarici, laconi di Dettol, tutta roba che viene da fuori”.

 

Che genere di operazione sarà l’operazione Green hunt? Lo sapremo mai? Dalle foreste non escono molte notizie. La regione di Lalgarh, nel distretto del Paschim Medinipur, nel Bengala Occidentale, è stata completamente isolata. Chi cerca di entrare viene picchiato e arrestato: e naturalmente viene chiamato maoista. L’ashram Vanvasi Chetana, un monastero gandhiano gestito da Himanshu Kumar nel Dantewada, è stato spianato dalle ruspe in poche ore. Era l’ultimo avamposto neutra neutrale prima della zona di guerra, l’ultimo appoggio per giornalisti, attivisti e studiosi impegnati nella zona.

 

Nel frattempo la classe dirigente indiana ha messo in campo la sua arma più potente. Quasi dall’oggi al domani, i mezzi d’informazione embedded hanno sostituito la loro inesauribile scorta di articoli isterici, insulsi e pretestuosi sul “terrorismo islamista” con articoli isterici, insulsi e pretestuosi sul “terrorismo rosso”. In mezzo a questo frastuono, a Ground Zero, cala inesorabilmente la cortina di silenzio. All’orizzonte potrebbe esserci una “soluzione Sri Lanka”. Non per niente il governo indiano ha bloccato all’Onu la richiesta dell’Unione europea di avviare un’indagine internazionale sui crimini di guerra commessi dal governo dello Sri Lanka nell’ofensiva contro le Tigri tamil.


La logica della guerra

 

Il primo passo verso una soluzione del genere è la campagna “alla George W. Bush” orchestrata per intrappolare i movimenti di resistenza: “Se non stai con noi, stai con i maoisti”. Lo stato esagera la “minaccia” maoista per giustiicare la militarizzazione in atto. Mentre questo sosia della guerra al terrorismo consuma tutto l’ossigeno, Delhi ne approitterà per ripulire il paese da altre centinaia di movimenti di resistenza: basterà etichettarli tutti come simpatizzanti maoisti.

 

Ho usato il futuro, ma l’operazione è già a buon punto. Il governo del Bengala Occidentale ha tentato di fare lo stesso a Nandigram e a Singur, ma non ci è riuscito. In Lalgarh, il Pulishi santrash birodhi janasadharaner, o comitato popolare contro le atrocità della polizia – un movimento popolare non maoista ma simpatizzante – è considerato il braccio legale del Partito comunista indiano (maoista). Il suo leader Chhatradhar Mahato, arrestato e trattenuto senza cauzione, viene invariabilmente deinito “un leader maoista”. Poi c’è la storia di Binayak Sen, il medico e attivista per i diritti civili che ha passato due anni in prigione con l’accusa pretestuosa di fare il corriere per i maoisti.

 

Mentre i rilettori sono puntati sull’operazione Green hunt, in altre zone del paese, lontane dal teatro di guerra, s’intensiicherà l’attacco ai diritti dei poveri, dei lavoratori, dei senzaterra, di coloro che vivono sulle terre a cui il governo punta per “inalità pubbliche”. Queste persone avranno più diicoltà a farsi ascoltare e le loro sofferenze peggioreranno. Una volta avviata, anche questa – come tutte le altre guerre – acquisterà uno slancio, una logica e un’economia tutte sue. Alla polizia sarà chiesto di comportarsi come un esercito, una spietata macchina omicida. Alle milizie paramilitari sarà chiesto di diventare una forza amministrativa elefantiaca e corrotta, come la polizia.

 

È già successo in Nagaland, in Manipur e in Kashmir: l’unica diferenza è che presto gli uomini delle forze di sicurezza si renderanno conto di essere dei disgraziati proprio come le persone contro cui combattono. Con il passare del tempo il conine tra i cittadini e le forze dell’ordine si farà sfumato. Si svilupperà una iorente compravendita di armi e munizioni. Che si tratti delle forze di sicurezza o dei maoisti o dei civili non combattenti, in questa guerra dei ricchi moriranno i più poveri. Ma chi pensa di essere al riparo dalle conseguenze, dovrà ricredersi. Questa guerra consumerà tante di quelle risorse da paralizzare l’economia dell’India.

 

Alla ine di ottobre gruppi di attivisti per i diritti civili di tutto il paese hanno organizzato una serie di incontri a Delhi per discutere la situazione e cercare un modo per fermare la guerra. L’assenza del dottor Kandala Balagopal, uno dei più noti attivisti per i diritti civili dell’Andhra Pradesh, morto l’8 ottobre, ha pesato come un macigno. Balagopal era uno degli intellettuali più coraggiosi e saggi del nostro tempo, e ci ha lasciato proprio quando avevamo più bisogno di lui. Ma sono sicura che avrebbe trovato incoraggiante la visione, la profondità, l’esperienza, la saggezza, l’acume politico e soprattutto l’umanità di quel gruppo di attivisti, docenti universitari, avvocati, magistrati e semplici cittadini che, in India, si occupano della difesa dei diritti civili.

 

La loro presenza nella capitale indiana è stata un segnale: lontano dai proiettori dei nostri studi televisivi e dal martellamento isterico dei mezzi d’informazione, e perino tra le ile della borghesia indiana, batte ancora un cuore umano. Non stupisce, dunque, che quelle persone siano state accusate dal ministro dell’interno di creare un “clima intellettuale” favorevole al “terrorismo”. Ma se qualcuno sperava che quell’accusa spaventasse le persone e le intimidisse, sappia di avere ottenuto proprio l’efetto opposto.

 

Chi ha parlato agli incontri di Delhi ha dato voce a tante opinioni, da quelle progressiste a quelle della sinistra radicale. Anche se nessuno si deinirebbe maoista, pochi erano contrari in linea di principio all’idea che il popolo abbia il diritto di difendersi dalla violenza dello stato. Molti hanno espresso il loro disagio di fronte alle violenze dei maoisti, ai loro “tribunali del popolo”, all’autoritarismo e all’emarginazione di chi non è armato. Ma allo stesso tempo hanno dimostrato di capire che quei “tribunali del popolo” sono nati solo perché in India i comuni cittadini non riescono ad avere giustizia nei tribunali regolari. E che la lotta armata scoppiata nel cuore del paese è l’extrema ratio per un popolo di disperati spinti ai margini dell’esistenza.

 

Senza alternativa

 

Le persone che provenivano dalle zone di guerra, cioè dal Lalgarh, dal Jharkhand, dal Chhattisgarh e dall’Orissa, hanno descritto la repressione della polizia, gli arresti, le torture, gli omicidi, la corruzione, e hanno raccontato che in Orissa l’impressione è che la polizia prenda ordini direttamente dai dirigenti delle compagnie minerarie. Alcuni hanno descritto il ruolo poco chiaro di ong inanziate da organizzazioni umanitarie che fanno esclusivamente gli interessi delle multinazionali. Hanno insistito sul fatto che in Jharkhand e in Chhattisgarh chiunque sia considerato un dissidente viene messo in carcere con l’accusa di essere “maoista”. Hanno spiegato che questo, più di ogni altra cosa, sta spingendo le persone a prendere le armi e a seguire i maoisti.

 

Hanno chiesto come mai un governo che si dichiara apertamente incapace di trovare una nuova sistemazione per una parte dei 50 milioni di persone sloggiate dai progetti di “sviluppo” è improvvisamente in grado di destinare agli industriali 140mila ettari di terre di prima scelta per creare più di trecento “zone a economia speciale”, che sono poi i paradisi fiscali onshore per i ricchi. E ancora, hanno chiesto che razza di giustizia sia quella applicata dalla Corte suprema quando riiuta di rivedere il significato dell’espressione “inalità pubbliche” contenuta nel Land acquisition act: i giudici sanno benissimo che il governo s’impossessa delle terre con la forza per presunte “inalità pubbliche” e poi le consegna a gruppi industriali privati.

 

Hanno chiesto perché, quando il governo aferma che “la legge dello stato deve fare il suo corso”, sembra voler dire solo che bisogna aprire commissariati di polizia ma non scuole, ambulatori, case, né dare l’acqua potabile né issare prezzi equi per i prodotti della foresta, e neanche essere semplicemente lasciati in pace, liberi dalla paura della polizia, insomma, tutto ciò che renderebbe un po’ meno dura la vita delle persone. Hanno chiesto perché l’espressione “legge dello stato” non signiica mai “giustizia”.

 

Un tempo in questi incontri si discuteva ancora del modello di “sviluppo” che la Nuova politica economica stava imponendo. Adesso il riiuto di quel modello è totale. Mette d’accordo tutti, dai gandhiani ai maoisti, che ormai si chiedono solo quale sia il modo migliore di smantellarlo.

 

Un vecchio compagno di scuola di un mio amico, un pezzo grosso del mondo imprenditoriale, è venuto ad assistere a uno degli incontri, incuriosito da un mondo di cui sapeva poco. Si era camuffato indossando un kurta, ma non riusciva a nascondere l’aspetto (e l’odore) dei quattrini. A un certo punto si è chinato verso di me e mi ha detto: “Qualcuno dovrebbe dire a questa gente di darsi una calmata, tanto non può vincere questa battaglia. Non ha proprio idea di quel che l’aspetta. Con i quattrini che ci sono in ballo, le industrie possono comprarsi ministri, editori di giornali e cervelloni della politica, possono creare ong e milizie tutte loro, possono comprare i governi e anche i maoisti. Questa brava gente dovrebbe risparmiare iato e trovarsi qualcosa di meglio da fare”. Ma per chi viene brutalizzato, cosa c’è di “meglio da fare” che combattere? Nessuno offre loro un’alternativa, se non quella di suicidarsi come hanno fatto i 180mila agricoltori indiani intrappolati nella spirale dei debiti. Ho la netta sensazione che l’establishment indiano e i suoi rappresentanti nel mondo dell’informazione gradiscono l’idea dei poveri che si uccidono per disperazione molto più dell’idea dei poveri che decidono di combattere.

 

Per qualche anno la popolazione del Chhattisgarh, dell’Orissa, del Jharkhand e del Bengala Occidentale è riuscita a tenere a bada le multinazionali. Ora la domanda è: come cambierà la lotta di fronte all’operazione Green hunt? Contro cosa combattono esattamente le persone?

 

È vero che le compagnie minerarie hanno quasi sempre vinto le battaglie contro le popolazioni locali. Di tutti i grandi gruppi industriali, a parte quelli che producono armi, le industrie minerarie sono le più spietate. Sono ciniche e indurite dalle battaglie, e probabilmente, quando sentono i manifestanti scandire Jaan denge par jameen nahin denge (Daremo la vita, ma la terra mai), quelle parole hanno lo stesso efetto della pioggerellina su un rifugio antiatomico. Le hanno già sentite in mille lingue diverse, in cento paesi diversi.

 

In India ci sono ancora molte persone così: se ne stanno nella sala d’attesa della prima classe a ordinare cocktail e socchiudono lentamente le palpebre come pigri predatori in attesa che i memorandum d’intesa che hanno irmato (alcuni già nel 2005) si traducano in soldi veri. Ma quattro anni in una sala d’attesa di prima classe mettono alla prova la pazienza di chiunque. Queste persone non sono più disposte a dare spazio a certi rituali elaborati, anche se sempre più inutili, della prassi democratica: le assemblee pubbliche (truccate), le valutazioni (false) di impatto ambientale, le autorizzazioni (comprate a peso d’oro) dei vari ministeri, i procedimenti giudiziari che non iniscono mai. Perino la falsa democrazia richiede un sacco di tempo. E per gli industriali il tempo è denaro.

 

Di quanti soldi stiamo parlando? Nel loro libro Out of this earth: East India adivasis and the aluminum cartel, Samarendra Das e Felix Padel scrivono che solo in Orissa il valore finanziario dei giacimenti di bauxite è pari a 2.270 miliardi di dollari: più del doppio del pil indiano. Questo in base ai prezzi del 2004: oggi varrebbero circa quattromila miliardi di dollari, una cifra con dodici zeri.

 

Di questi, il governo uicialmente ne incassa meno del 7 per cento. Molto spesso, se l’impresa è nota e riconosciuta, il minerale grezzo che si trova ancora nelle viscere della montagna è già stato trattato sul mercato dei futures. Così la montagna, che per gli adivasi incarna la divinità, sorgente della vita e della fede, chiave della sostenibilità ambientale, per la compagnia mineraria è solo un impianto di stoccaggio a buon mercato. Ora i prodotti immagazzinati devono essere accessibili. La bauxite deve venir fuori dalla montagna. Se non si può fare con metodi paciici, bisognerà farlo con la violenza. Sono le esigenze del libero mercato.

 

Il corridoio rosso

 

Finora abbiamo parlato solo della bauxite dell’Orissa. Ora aggiungiamo ai quattromila miliardi di dollari il valore dei milioni di tonnellate di minerale ferroso presente nei giacimenti del Chhattisgarh e del Jharkhand, più quello di altri 28 minerali, inclusi uranio, calcare, dolomite, carbone, stagno, granito, marmo, rame, diamanti, oro, quarzite, corindone, berillio, alessandrite, silice, luorite e granato. Aggiungiamoci le centrali elettriche, le dighe, le autostrade, le fabbriche di acciaio e cemento, le fonderie di alluminio e tutte le infrastrutture che formano l’oggetto delle centinaia di memorandum d’intesa che sono già stati irmati. Avremo un’idea approssimativa della scala di questa operazione e della disperazione dei soggetti interessati.

 

La foresta un tempo nota come Dandakaranya, che si estende dal Bengala Occidentale attraverso il Jharkhand, l’Orissa, il Chhattisgarh, zone dell’Andhra Pradesh e del Maharashtra, ospita milioni di persone appartenenti alle tribù dell’India. I mezzi d’informazione hanno cominciato a chiamarlo “il corridoio rosso” o “il corridoio maoista”. L’articolo cinque della costituzione indiana tutela espressamente gli adivasi e non permette l’alienazione delle loro terre. Ma sembra che quell’articolo stia lì solo per bellezza. Decine di gruppi industriali, da quelli meno conosciuti alle grandi aziende minerarie e siderurgiche del mondo, partecipano alla zufa per appropriarsi delle terre degli adivasi: penso alle varie Mittal, Jindal, Tata, Essar, Posco, Rio Tinto, Bhp Billiton e, naturalmente, Vedanta.

 

C’è un memorandum d’intesa su ogni montagna, ogni iume e ogni radura nella foresta. Siamo di fronte a un piano di ingegneria sociale e ambientale su scala inimmaginabile, che viene attuato per lo più in segreto. Non è di dominio pubblico: qualcosa mi dice che alla conferenza sul cambiamento climatico di Copenaghen non se ne parlerà. Le nostre tv che trasmettono notiziari 24 ore su 24, tanto occupate a dare la caccia a macabri episodi di violenza maoista, non sembrano interessate a questo aspetto della vicenda.

 

Forse perché la lobby dello sviluppo, da cui sono così stregati, promette che l’industria mineraria farà aumentare il pil in modo spettacolare e darà lavoro alle popolazioni cacciate dalle loro terre. Questa valutazione non tiene conto dei costi immani del danno ambientale. Ma anche in senso stretto, è semplicemente falsa, perché il grosso dei proventi inirà nei conti bancari delle industrie minerarie, mentre all’erario andrà meno del 10 per cento. Troverà lavoro solo una percentuale minima degli sfollati, i quali riceveranno una paga da schiavi per un lavoro umiliante e massacrante. Se cederemo a questo parossismo di avidità, distruggeremo la nostra ecologia per sostenere l’economia di altri paesi.

 

I soggetti interessati

 

Quando ci sono in ballo certe cifre non è facile scoprire chi sono i soggetti interessati. Fra gli amministratori delegati a bordo dei loro jet privati, e quei disgraziati delle tribù arruolati come agenti della polizia speciale o che fanno parte delle milizie “popolari” (gente che per duemila rupie al mese combatte contro i suoi simili, stupra, uccide, incendia villaggi per sgomberare le terre) c’è un universo di soggetti interessati a vari livelli. Queste persone non sono tenute a dichiarare apertamente i loro interessi, ma possono approfittare della loro posizione per coltivarli. Come faremo a sapere quale partito, quali ministri, quali parlamentari, quali politici, quali giudici, quali ong, quali consulenti, quali uiciali di polizia hanno un interesse diretto o indiretto al bottino? Come faremo a sapere quali giornali e quali televisioni sono coinvolti? Da dove vengono i miliardi di dollari accumulati da cittadini indiani in conti bancari svizzeri? Da dove venivano i due miliardi di dollari spesi per le ultime elezioni? Da dove vengono le centinaia di milioni di rupie che partiti e singoli politici versano ai mezzi d’informazione durante la campagna elettorale?

 

Guardiamo ai fatti. Nella sua carriera di consulente lo home minister dell’India, Palaniappan Chidambaram – l’amministratore delegato dell’operazione Green hunt – ha rappresentato varie industrie minerarie. È stato un dirigente della Vedanta e si è dimesso da quell’incarico nel 2004 quando è diventato ministro delle inanze. Appena è diventato ministro delle inanze, ha irmato un’autorizzazione per investimenti diretti dall’estero a favore della Twinstar holdings, un’impresa con sede nelle isole Mauritius che ha potuto così acquistare azioni della Sterlite, che fa parte del gruppo Vedanta.

 

Quando gli attivisti dell’Orissa hanno citato la Vedanta in giudizio davanti alla corte suprema accusandola di violazioni delle direttive governative, il giudice S. H. Kapadia ha suggerito di sostituire alla Vedanta la Sterlite, un’ailiata dello stesso gruppo. Dopodiché ha ammesso tranquillamente di possedere delle azioni della Sterlite e ha concesso alla Sterlite un’autorizzazione forestale a procedere con i lavori di estrazione, nonostante il parere contrario di un comitato di esperti formato dalla stessa corte suprema, secondo cui l’autorizzazione andava negata perché l’attività estrattiva danneggiava le foreste, le risorse idriche, l’ambiente, e pregiudicava la vita e il sostentamento delle tribù che ci abitano.

 

Il Salwa Judum, la brutale macchina per sgomberare il territorio nel Dantewada e che cerca di spacciarsi per una milizia popolare “spontanea”, è stata creata nel 2005, pochi giorni dopo la irma dei memorandum d’intesa con Tata. E la scuola di addestramento bellico nella giungla ha aperto i battenti nel Bastar all’incirca nello stesso periodo. Il 12 ottobre si è svolta l’udienza conoscitiva pubblica sul progetto siderurgico della Tata steel (valore: cento miliardi di rupie) a Lohandiguda, nel Dantewada, in un’auletta interna dell’esattoria, protetta da cordoni di sicurezza, davanti a un uditorio pagato, composto da 50 esponenti delle tribù prelevati da due villaggi del Bastar e fatti arrivare a bordo di un convoglio di jeep militari. L’udienza è stata deinita un successo, e l’esattore distrettuale si è congratulato con gli uditori venuti dal Bastar per la loro collaborazione. All’incirca nello stesso momento in cui il primo ministro indiano ha cominciato a deinire i maoisti “la più grave minaccia per la sicurezza interna” del paese, le azioni di molte compagnie minerarie della regione hanno avuto un’impennata.

 

Le industrie minerarie hanno un bisogno disperato di questa guerra. Il metodo è noto. Sperano che le violenze spingano alla fuga gli abitanti che inora hanno resistito e non hanno voluto abbandonare le loro terre. Un metodo che rischia di avere come unico efetto quello di ingrossare le ile dei maoisti.

 

La domanda

 

Ribaltando questa tesi, il dottor Ashok Mitra, l’ex ministro delle inanze del Bengala Occidentale, in un articolo intitolato The phantom enemy, il nemico fantasma, sostiene che “i raccapriccianti omicidi seriali” di cui i maoisti si stanno macchiando sono una tattica classica che hanno imparato dai libri di testo sulla guerriglia. Secondo Mitra l’esercito dei maoisti sarebbe pronto ad avere la meglio sullo stato indiano. Le “violenze” sarebbero provocazioni per cercare di spingere lo stato a commettere atti di crudeltà che suscitino a loro volta la rabbia degli adivasi. Quella rabbia, secondo Mitra, è ciò che i maoisti sperano di poter coltivare e trasformare in un’insurrezione.

 

È la stessa accusa di “avventurismo” lanciata ai maoisti da vari iloni della sinistra: gli ideologi maoisti vorrebbero scatenare la violenza proprio contro coloro che sostengono di rappresentare, in modo da suscitare una rivoluzione che li porti al potere. Ashok Mitra è un vecchio comunista che ha avuto un ruolo di primo piano durante la ribellione naxalita degli anni sessanta e settanta. Le sue tesi non si possono liquidare come banali. Ma vale la pena di ricordare che gli adivasi hanno alle spalle una lunga storia di resistenza che risale a prima della nascita del maoismo. Deinirli marionette che si lasciano manipolare da quattro ideologi maoisti piccolo borghesi è ingiusto.

 

Probabilmente Mitra pensa alla situazione di Lalgarh, dove inora non si è mai parlato di risorse minerarie. La rabbia delle persone ha a che fare con la povertà e con decenni di soferenze inlitte dalla polizia e dagli harmad, la milizia armata del Partito comunista indiano (marxista), che ha governato il Bengala Occidentale per più di trent’anni. Ma anche senza domandarci cosa ci facciano nel Lalgarh decine di migliaia di poliziotti e di paramilitari, e accettando la teoria dell’ “avventurismo” dei maoisti, avremmo comunque completato solo una piccola parte del quadro. Il problema è che la nave ammiraglia della miracolosa “crescita economica” dell’India si è incagliata. E i costi sociali e ambientali sono immensi. Adesso che i letti dei iumi si seccano e le foreste scompaiono, che la falda idrica si abbassa e le persone cominciano a capire cosa sta succedendo, la situazione si ritorce contro i responsabili. Da un capo all’altro del paese scoppiano le proteste di chi non vuole rinunciare alla terra e all’accesso alle risorse, e non vuole credere alle false promesse.

 

D’un tratto si ha l’impressione che la crescita economica al 10 per cento e la democrazia siano incompatibili fra loro. Per estrarre la bauxite dalle colline, per estrarre il minerale di ferro dal sottosuolo delle foreste, per cacciare l’85 per cento degli abitanti dalle loro terre e spingerli verso le città, l’India deve diventare uno stato di polizia. Il governo deve militarizzarsi. E per giustificare la militarizzazione ha bisogno di un nemico. Quel nemico sono i maoisti, che sono per i fondamentalisti delle multinazionali quello che i musulmani sono per i fondamentalisti indù.

 

Sarebbe un grave errore immaginare che i paramilitari, la base aerea di Rajnandgaon, il quartier generale della brigata Bilaspur, la legge sulle attività illegali, la legge speciale sulla pubblica sicurezza adottata in Chhattisgarh e l’operazione Green hunt siano stati adottati solo per stanare dalle foreste qualche migliaio di maoisti. In tutto quel che si è detto sull’operazione Green hunt vedo un embrione di stato di emergenza. Ecco allora un problema aritmetico: se ci vogliono 600mila soldati per controllare la piccola vallata del Kashmir, quanti soldati ci vorranno per arginare la rabbia di centinaia di milioni di persone?

 

Anziché sottoporre Kobad Ghandy, il leader maoista arrestato di recente, a un test sull’uso di droghe, forse sarebbe meglio parlare con lui. Nel frattempo, qualcuno che ha intenzione di partecipare alla conferenza di Copenaghen sul cambiamento climatico sia così gentile da fare l’unica domanda che merita di essere fatta: non si potrebbe lasciare la bauxite dentro la montagna?

 

 

L’AUTRICE

Arundhati Roy è una scrittrice indiana. Nel 1997 ha vinto il Booker prize con Il dio delle piccole cose (Guanda). Il suo ultimo libro è Quando arrivano le cavallette (Guanda 2009).

 

Fonte: Internazionale n. 821, Novembre 2009