LE MANI SUL MICROCREDITO

La vitalità e la dinamicità sono da sempre le strategie vincenti di qualsiasi movimento in via di sviluppo. Il microcredito italiano - cenerentola degli intermediari finanziari regolati dall’art. 106 del testo unico in materia bancaria - sino a qualche anno fa era tanto modesto da essere invisibile agli occhi delle invadenti attenzioni di politica e mondo degli affari.

Ma le dimensioni del fenomeno cominciano ad esser ragguardevoli: un giro d’affari di circa 200 milioni di euro, una platea di quasi 20mila beneficiari e una tendenza alla crescita attorno al 30% annuo cominciano a giustificare gesti ed attenzioni di settori che fino a poco tempo quasi ne ignoravano l’esistenza.

 

L’Associazione delle banche italiane ad esempio ha costituito nel Giugno scorso un gruppo di lavoro interbancario che sta studiando le statistiche sui finanziamenti considerati micro dalle banche (sotto i 25mila euro) e che sta di fatto creando le condizioni di cooperazione pre competitiva tra gli istituti che presto porteranno alla creazione di un vero e proprio mercato del microcredito come social business.

 

L’ultima notizia in ordine di tempo è che il presidente del Comitato Nazionale Italiano Permanente per il Microcredito, Mario Baccini - già sottosegretario del precedente governo Berlusconi e politico democristiano di lungo corso - si candiderebbe a presiedere la nuova Autorità Garante del Microcredito in Italia, un soggetto che ad oggi non esiste e di cui quasi nessuno aveva mai sentito l’esigenza, ma che l’ex mattatore dell’anno dell’Onu per il microcredito vorrebbe istituire con un apposito comma del nuovo articolo 106 del testo unico in materia bancaria (tub) che Banca d’Italia vorrebbe riformare con il nemmeno troppo nascosto intento di fare un po’ di pulizia sulle cosiddette “finanziarie”.

 

Se venisse approvato, secondo le linee che Baccini ha pubblicizzato anche al convegno di Ritmi (la rete italiana per il Microcredito) del Dicembre 2009 a Roma, tutta l’attività di microcredito italiana sarebbe sottoposta al vaglio politico dell’onorevole e le imprese dovrebbe iscriversi in un apposito albo (che prevederebbe, tra l’altro, requisiti di capitale stringenti ancorché non ancora definiti). E non sarebbe più sottoposto alla vigilanza di Banca d’Italia, ma a quella del Ministero dell’Economia e delle Finanze, slittando cioè da una supervisione tecnica (della quale Mario Draghi ha fatto un punto di svolta) ad una politica.

 

Una normalizzazione giuridica inesistente nei rimanenti stati dell’Unione Europea che al contrario per ora si limitano a favorire la differenziazione dei soggetti e ad agevolarne la vitalità e la capacità di raccogliere fondi, pubblici e privati.