La Conferenza di Pace a guida curda è la migliore speranza per la Siria

 di Joris Leverink *

Mentre la guerra in Siria continua ad attirare altre forze esterne, l’opera allo per trovare una soluzione politica a questo conflitto che dura da cinque anni, va avanti. La settimana scorsa, sono state organizzate non meno di tre conferenze separate da diversi gruppi di opposizione. Le conferenze si sono tenute in tre posti: Damasco, Dêrîk – una città nella parte settentrionale della Siria controllata dai Curdi e Riyadh, la capitale Saudita.

Dato che la conferenza di Damasco è ampiamente considerata una finta, organizzata con il permesso e sotto il fermo controllo del regime di Assad, e che la conferenza a Dêrîk è quasi ignorata dai media internazionali, gli occhi del mondo erano fissi sugli eventi di Riyadh. La conferenza nella capitale saudita era sponsorizzata da molti alleati internazionali delle varie fazioni in guerra all’interno della Siria. Il risultato programmato era di unire l’opposizione siriana, in modo che potesse presentare un fronte comune nei negli imminenti negoziati con il regime, come deciso dai colloqui di Vienna svoltisi in novembre.

 

Stranamente, si è prestata poca attenzione alla conferenza di Dêrîk – definito il “Congresso Democratico della Siria” – organizzata dai gruppi curdi siriani e dai loro alleati. Questa conferenza ha riunito più di cento delegati che rappresentano gruppi etnici e religiosi di tutta la Siria, con un importante ruolo riservato alle organizzazioni femminili e giovanili. E’ stata la prima conferenza di pace di questo genere, organizzata nel territorio controllato dall’opposizione in Siria – un fatto che sarà molto utile a far notare l’importanza di questo evento particolare. Contrariamente a quella di Riyadh, questa è stata era una conferenza fatta dai siriani, per i siriani, non controllata dalle agende dei potenti alleati internazionali né ostacolata dalle opinioni dogmatiche di alcuni dei suoi partecipanti.

 

Alla conferenza di Riyadh erano presenti gli organismi politici come la Coalizione per le Forze Rivoluzionarie e di Opposizione Siriane e il Comitato Nazionale di Coordinamento per il Cambiamento Democratico, e anche fazioni ribelli come Jaysh al-Islam, il Fronte Meridionale e Ahrar al-Sham, un gruppo salafita che combatte in alleanza con il Fronte Al Nusra legato ad Al Qaida. Significativamente, il New York Times ha riferito che nella dichiarazione finale della conferenza di Riyadh, la parola ”democrazia” è stata lasciata fuori a causa delle obiezioni da parte dei delegati islamisti e rimpiazzata invece da “meccanismo democratico.”

 

Invece, la risoluzione finale presentata al Congresso Democratico della Siria a Dêrîk, ha sottolineato l’impegno dei delegati per la democrazia, il pluralismo sociale, e l’unità nazionale. Ha confermato la determinazione dei partecipanti a “formare una costituzione democratica per rendere possibili le soluzioni della crisi siriana attraverso una discussione, un dialogo e colloqui democratici e pacifici; … a svolgere elezioni libere e democratiche richieste dall’attuale processo in Siria; [e] per assicurare la fede, la cultura e le identità di tutto il popolo siriano.” La conferenza di Dêrîk ha visto anche l’istituzione dell’Assemblea Democratica Siriana che servirà come rappresentazione politica delle Forze Democratiche Siriane (SDF) formatesi di recente. L’SDF è una coalizione a dominio curdo di fazioni ribelli, comprese le forze arabe, siriache, turkmene e yezidi. Nei mesi scorsi l’ SDF si è dimostrato il più formidabile nemico dell’ISIS e l’alleato più affidabile della coalizione nella lotta contro l’organizzazione terrorista. Potrebbe quindi considerarsi una sorpresa che né l’SDF, né nessun altra organizzazione curda siano state invitate alla conferenza di Riyadh. In quanto fazione che controlla un’area molte volte più grande di quella sotto il controllo della Coalizione Nazionale, – o, peraltro di qualunque altro gruppo – e che è stato in grado di rivendicare una serie di vittorie contro l’ISIS, dovrebbe, naturalmente svolgere un ruolo in qualsiasi piano futuro post-Assad e post- ISIS.

 

L’assenza dei Curdi a Riyadh ha del tutto a che fare con la posizione della Turchia nel conflitto siriano. In base alla prospettiva turca, i Curdi in Siria pongono una minaccia maggiore dell’ISIS alla sua sicurezza nazionale. La Turchia teme che istituire delle regioni autonome, o “cantoni”, nelle aree curde della Siria settentrionale potrebbero stimolare la sua popolazione curda interna a perseguire un obiettivo analogo. Il fatto che il Partito di Unione Democratica, che è l’organismo politico più potente della regione, sia un’organizzazione sorella del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che ha combattuto per 35 anni un’insurrezione contro lo stato turco, aggiunge soltanto al danno la beffa. Commentando la conferenza di Riyadh, il co-presidente del PYD Saleh Moslem ha dichiarato che “non rispettava l’attuale realtà politica e militare in Siria e nella regione, dato che non erano stati invitati i protagonisti e i rappresentanti più attivi e dinamici della reale opposizione siriana.

 

Date le circostanze, questi incontri non avranno alcuna serietà. Prima ancora che cominciasse, la precaria alleanza formatasi a Riyadh, era già sull’orlo del collasso. Ahrara al-Sham ha minacciato di ritirarsi dai colloqui, condannando la presenza delle “forze favorevoli ad Assad” e a ritenere la dichiarazione finale “non abbastanza islamica.” Lo scopo di portare a un tavolo tutte le diverse fazioni dell’opposizione, di esplorare un terreno comune e di formare un fronte unito contro il regime di Assad è nobile. Sfortunatamente è destinato a fallire quando l’alleanza trascura di rispecchiare la realtà sul terreno e anche la volontà del popolo siriano. Quando è semplicemente il risultato di parti esterne che insistono su un piano per beneficio personale – sia rafforzare la posizione di alleati locali, bloccare i tentativi dell’amministrazione autonoma curda o di cercare opzioni per i negoziati con Assad allo scopo di essere in grado di incentrare tutta l’energia nella distruzione dell’ISIS. Qualsiasi alleanza sarà troppo debole per resistere al test del tempo, non parliamo poi del test della guerra.

 

Al riguardo, malgrado la mancanza di attenzione internazionale, la conferenza di Dêrîk potrebbe realmente soppiantare quella di Riyadh come importanza. Malgrado il coinvolgimento crescente delle forze estere, dal punto di vista diplomatico, politico e, più importante di tutti, militare, qualsiasi vera soluzione per la crisi siriana deve essere iniziata dal popolo siriano, non da una potenza esterna. Il Congresso Democratico della Siria a Dêrîk, ha dimostrato che non c’è soltanto volontà di operare per la pace, ma che esiste anche un’infrastruttura, una piattaforma dove sono stati fatti i primi, cauti passi verso un futuro di pace e un “sistema democratico alternativo che mira al cambiamento.”

 

• Joris Leverink è uno scrittore, analista politico, di base a Istanbul, E’ direttore della rivista online ROAR Magazine e opinionista per TeleSUR English, dove di frequente scrive reportage su argomenti di politica turca e regionale.

 

nella foto: L’assemblea Democratica Siriana  -  da: Z Net – www.znetitaly.org