Il parco del tramonto: i popoli o le oligarchie?

 

di Sergio Di Cori Modigliani


Il mondo è in subbuglio, ormai dovunque, tranne qualche isola fortunata.
La gente protesta, si indigna, manifesta, in tutto il pianeta.
Vale per gli europei quanto per gli americani, gli africani e gli asiatici.
In ciascuno di questi continenti avviene in maniere diverse perché -apparentemente- le problematiche sono distinte, e quindi localizzate.
Chi (in Africa) se la deve vedere con i terroristi, le guerre civili, la fame e la militarizzazione da parte delle grandi multinazionali dell'energia e dell'alimentazione, chi invece se la deve vedere con la diffusione capillare di un neo-schiavismo e un neo-colonialismo di ritorno (in Asia); non stiamo meglio noi (in Europa) perché ce la dobbiamo vedere con 40 milioni di nuovi poveri, la fine della democrazia, l'austerità e una moneta da strozzini; infine c'è il continente americano, da sempre terra d'assalto e d'occupazione della forza imperiale statunitense che ha sempre imposto le politiche e lo stile di vita che voleva.
Nonostante le diversità culturali, etniche e geografiche, c'è un elemento unificante in tutte le manifestazioni planetarie di opposizione.
 
Parcellizzati, sparpagliati, senza alcun collegamento, i movimenti antagonisti e di resistenza al Nuovo Ordine Mondiale delle neo-aristocrazie, hanno in comune due elementi fondamentali: a). Al di là di ogni localismo e regionalismo, pongono la tematica dei diritti civili (nonché la salvaguardia dei principi basici nati con la rivoluzione francese) come l'elemento cardine della propria opposizione; b). Le avanguardie di tutti questi movimenti, siano africani, asiatici, americani o europei, pongono il "progetto culturale" come il perno fondamentale e inossidabile di una nuova e diversa interpretazione del mondo che riguarda le esistenze quotidiane di tutti noi.
Non da noi.
Nel senso in Italia, come nazione e popolo.
Intendiamoci,  i demagoghi e capi-popolo di bassa lega si trovano dovunque e comunque, non siamo certo originali. Ma, nei luoghi occidentali più interessanti dove, in questo periodo, sta montando la protesta collettiva, come in quasi tutto il Sud America, in Messico, in Usa, in Spagna e in Portogallo, la caratteristica da sottolineare consiste nel taglio inedito dei movimenti antagonisti emergenti.
C'è un progetto culturale collettivo forte e, se da una parte abbiamo (com'è ovvio e consuetudine) la truppa mediatica che riprende la folla inferocita e intervista i più accalorati facinorosi, dall'altra parte abbiamo invece il riscontro provato di una classe intellettuale emergente che sta mettendo a disposizione della collettività la strumentazione critica di cui è dotata. Questo è ciò che manca in Italia, dove l'antagonismo è ormai identificato con lo sdegno generale, tinto di malumore, rabbia, livore e aggressività, che i talk show amplificano dando voce -tranne rare volte- a chi è in grado di alzare il livello dell'audience esprimendo ferocia al posto delle argomentazioni sensate, delle elaborazioni, dell'offerta di soluzioni alternative immediate, efficaci ed efficienti.

I movimenti collettivi sono tutti autoctoni, questo è l'aspetto positivo.
Non potrebbe essere altrimenti.
In Messico, dopo anni di atroci nefandezze e di coinvolgimento della classe politica locale negli affari criminali dei produttori di cocaina, una protesta nazionale guidata dai maestri rurali e dagli accademici delle facoltà umanistiche, sta bloccando la nazione. 
In Usa, è iniziata da novembre una protesta di cui in Italia arrivano pochi echi, e niente notizie, forse non a caso. Non vengono diffusi reportage su ciò che sta accadendo a Berkeley, Princeton, Stanford, Columbia, e su come la popolazione reagisce a quella che i sociologi statunitensi definiscono "la prima grande ondata generazionale di protesta collettiva dal 1962". E non riguarda i soldi, neppure il razzismo. Non è una protesta di afro-americani contro il razzismo, non è solo questo.
Si tratta anche di altro.
Quarantacinque giorni fa, il mondo mediatico statunitense (la sezione affari) è rimasto sconvolto dagli ultimi dati: i talk show letteralmente crollati come audience. CNN da 25 milioni di telespettatori al giorno è scesa a un milione, con una perdita di investimento pubblicitario pari a -85%. Poi c'è stato l'episodio di protesta in Missouri e CNN ha tentato disper

atamente di cavalcare la vicenda ingigantendo a dismisura l'evento.
Ha funzionato per due giorni. Da 1 milione l'audience è risalita fino a 18 milioni.
Poi è uscito un editoriale sul New York Times che spiegava la questione minimizzando l'aspetto "strettamente razziale" ma amplificando l'aspetto "decisamente civile e di protesta per il ripristino dei diritti democratici". Dopo una settimana, CNN è ritornata ai suoi livelli. Anzi, ancora più bassi, al di sotto del milione di utenti al giorno.
E sono iniziati gli scontri tra polizia e manifestanti a Berkeley, a Stanford, a Ucla a Los Angeles.
Ma non erano neri contro bianchi. O meglio, non erano solo neri o soprattutto neri. C'erano, invece, soprattutto professori e studenti, professionisti, cittadini appartenenti alla classe media massacrata dai colossi della speculazione finanziaria. E per la prima volta negli ultimi cinquant'anni, in Usa si è aperto il fronte di una fortissima identità collettiva antagonista contro il potere costituito, come non si era mai visto prima. E tra i manifestanti c'erano anche cartelli contro la CNN e contro i talk show televisivi.
E' stato definito "occupywallstreet 2.0", con la consueta superficialità manipolatoria. Ormai ipnotizzati da twitter, gli schiavi digitalici mediatici reagiscono come robot: devono identificare, attribuire un nome e una firma riconoscibile e poi ridurre il tutto al numero di caratteri sufficiente per lanciare il mantra dei nostri tempi: l'annuncio.
Ma in Usa, la socialità e le nuove modalità della comunicazione inter-attiva tra cittadini sta cambiando e in modo molto diverso che da noi. E gli americani che protestano vantano quattro aspetti che da noi sono tragicamente latitanti.

1) Gli Usa sono diventati una nazione post-televisiva. I telegiornali viaggiano su un indice di gradimento mediamente intorno al 5% di media nazionale. Per non parlare dei talk show, che hanno una media anagrafica di telespettatori intorno ai 65 anni.

2) I movimenti organizzati di protesta sono tutti inequivocabilmente post-ideologici e caratterizzati da una fortissima identità territoriale, legati alla comunità di riferimento, e sono tutti leaderless, ma sul serio, non come da noi.

3) L'economia va molto molto meglio, il tasso di disoccupazione è in netta discesa ed è assestato su un 5,6%, il che -è intuitivo- aiuta la richiesta di salari più equi e una maggiore redistribuzione delle ricchezze perché, venendo meno l'assillo della ricerca del lavoro, ci si può occupare di cose come la dignità e il decoro del lavoro. Tanto è vero che lo slogan unificante di questo tipo di protesta ha davvero perforato l'immaginario colletti
vo della nazione: no more slaves, mai più schiavi. I professionisti bianchi che marciano accanto agli afro-americani non lo fanno nel nome di una solidarietà o di un principio ideale, bensì perché intimamente complici nella consapevolezza che il nemico da battere è comune, per tutti i popoli e i cittadini del mondo: il neo-schiavismo imposto dalle neo-aristocrazie del mondo iperliberista di centro-destra o centro-sinistra.

4) A differenza dell'Italia, la media dell'istruzione e della cultura nella generazione dai 18 ai 35 anni è aumentata nell'ultimo quinquennio in maniera eccezionale (e questo è il più grande merito dell'amministrazione Obama) e i dati del mercato sono davvero confortanti: chiudono le grandi catene di librerie in franchising che monopolizzavano il mercato e aprono a raffica piccole librerie indipendenti. Nascono come funghi case editrici indipendenti che fanno lauti profitti. Nel 2012 i lettori sono aumentati del 12% rispetto all'anno precedente. Nel 2013 del 24% rispetto al 2012, e la ABA (American Booksellers Association) l'associazione dei librai, ha annunciato un mese fa che nel 2014 i lettori sono aumentati di un ulteriore 35% rispetto al 2013 battendo il record storico di alfabetizzazione e di diffusione di lettori. Questo ha stimolato la genesi di una nuova generazione di intellettuali e scrittori che partecipano attivamente al dibattito politico in atto. 
Lo si poteva capire, il trend che si andava sviluppando, già qualche anno fa. L'immagine che vedete in bacheca riguarda il romanzo "Sunset Park" scritto da Paul Auster, uno scrittore affermato che ha oggi 60 anni. Questo libro, uscito nel 2012 (pubblicato con un'ottima traduzione in italiano dalla casa editrice Einaudi alla fine del 2013) racconta la storia di un gruppo di persone che occupa abusivamente una casa. Un tema a noi caro e di stringente attualità. Il romanzo, quando è uscito, ha avuto un enorme successo (meritato, meritatissimo) sia di critica che di pubblico. Era lo stesso periodo in cui da noi si chiudevano le librerie, gli indici di lettura crollavano al minimo storico, il gruppo Mondadori lanciava la piattaforma "glaming" (sintesi di glamour e gaming) entrando nel mercato
 delle slot e dei casinò on line e il corriere della sera (e la Rai) decidevano di lanciare Fabio Volo come il nuovo maitre a penser dell'Italia attuale. L'aspetto interessante di questo romanzo consiste nel fatto che  i personaggi sono tutti membri di una classe media socialmente degradata ma spiritualmente consapevole. Uno dei protagonisti ha iniziato a lavorare in una multinazionale ma poi se n'è andato, invece di far carriera, "perché qualcosa, ad un certo punto, è andato storto". Acquista un vecchio deposito fatiscente e lì apre "la clinica per oggetti rotti" dove s'inventa una nuova forma di artigianato: ripara frullatori, tostapane, aspirapolvere, oggetti che le persone, di solito, buttano quando non funzionano più. Lui li ripara, e i suoi clienti sono individui che con quegli oggetti hanno stabilito un rapporto quotidiano, e si sono stancati di partecipare allo spreco collettivo. I personaggi sono persone alle quali, nella vita, ad un certo punto qualcosa è andato storto. Si ritrovano insieme in quest'epopea ribellista, completamente inusuale per loro. Finirà (siamo in Usa) in maniera brutale e violenta, quando la polizia, all'alba di un giorno sotto Natale farà irruzione per sgomberare l'edificio.

 Questo libro ha innescato un poderoso dibattito sociale in America, perché ha centrato la questione: "qualcosa è andato storto". 
E' l'incontro di tutti nel mondo post-moderno, post-ideologico, post-democratico. 
Dove si abbatte la solfa dei partiti, il narcisismo dei leader carismatici, la burocrazia del denaro, e si prende atto che siamo -noi popoli tutti- sulla stessa barca dove dobbiamo porci l'un l'altro la domanda base, l'unica che davvero conta: "che cos'è che è andato storto?". 

Porre domande è il compito di una classe intellettuale responsabile, attenta, rigorosa e militante. 
E da qui ripartire.

Perché è 

ormai chiaro a tutti che non si tratta di crisi economica, non si tratta di euro o non euro, non si tratta di restare o uscire dalla NATO, si tratta della resa dei conti tra due diverse e opposte interpretazioni dell'esistenza: la neo-aristocrazia oligarchica che deve salvaguardare i privilegi a tutti i costi, spesso difendendo una società immonda di corrotti criminali e analfabeti e la novità dell'irruzione dei popoli sullo scenario della Storia: l'imprevisto regalo che il web ha fatto a tutti.

Mentre noi dobbiamo vedercela con mafiosi di varia natura e inevitabilmente il livello del dibattito si abbassa, esistono zone del mondo dove le tematiche di una nuova idea di comunità, di una solidarietà fattiva e partecipativa, di una diversa interpretazione dell'esistenza che metta al centro l'idea dell'essere umano come risorsa da valorizzare, salvaguardare, difendere e promuovere, avanzano poderosamente entrando nella società post-moderna e nel clima della post-democrazia. Lo stesso discorso che vale per gli Usa si potrebbe fare per l'Argentina, il Brasile, l'Uruguay e la Spagna, nazioni dove si registra un enorme fermento culturale e tutti gli indici della diffusione di istruzione, di lettura e di vendita di libri viaggiano verso l'alto: loro hanno invertito la tendenza. Perchè hanno una forte progettualità culturale e solide avanguardie colte che partecipano, fornendo strumenti di elaborazione utili e necessari per la crescita collettiva della comunità.
La democrazia diretta che non vuole avere più niente a che fare con i partiti verticali, che non considera più i leader politici come referenti e che si rapporta con la creatività dei giovani, comincia a farsi strada e si afferma come nuovo modello di socialità.
La strada è quella, a mio avviso.
Come al solito, da bravi provinciali mitomani, dall'impero Usa seguitiamo ad importare il peggio e gli aspetti più deteriori e criminali, senza raccogliere il meglio delle loro suggestioni.
Suggerimenti da non sottovalutare.
Leggete quel romanzo e lo capirete da voi.

P.S.
La settima
na scorsa si è conclusa a Roma la fiera della piccola e media editoria. I dati diffusi segnalano un calo notevole delle presenze e delle vendite rispetto all'anno scorso, -45% di presenze, -72% di vendite. I media nazionali non hanno ritenuto opportuno discutere di questo argomento, forse perché considerato irrilevante per la salute del Paese.


    *     dal blog    www.sergiodicorimodiglianji.blogspot.it     16 dicembre 2014