Crisi ecologica e crisi economica, una straordinaria opportunità

     di Gianni Mattioli e Massimo Scalia *


Un'era nuova sembrava aprirsi all'inizio degli anni 90, quando la Conferenza di Rio de Janeiro svincolava dal recinto dell'ambientalismo per proiettarli all'attenzione dei governi di tutto il mondo i grandi temi della crisi ambientale, segnalando con particolare forza la questione dei cambiamenti climatici.

Diventava più chiaro che le alterazioni dei grandi cicli riproduttivi della natura, i cambiamenti globali e drammatici che iniziavano a registrarsi con sempre maggior intensità e frequenza non erano che l'altra faccia di un rapporto di distruzione delle risorse e di spoliazione della natura, operato in nome del profitto e di un livello di consumo cui i paesi forti non volevano rinunciare, pur nelle diseguaglianze che al loro interno continuavano a divaricarsi tra i diversi strati sociali, a scapito del Sud del mondo.

E l'energia diveniva poi, col Protocollo di Kyoto (1997), un tema sempre più cruciale e ineludibile, rivelando inoltre drammaticamente un termine alle grandi strategie industriali, alle decisioni politiche e ai destini del mondo globalizzato: il termine imposto dal tentativo di fronteggiare per tempo, se è possibile, il carattere repentino dei cambiamenti climatici connessi all'uso sempre più massivo dei combustibili fossili che alimentano ancora per oltre l'80% le economie del mondo.


Proprio pochi mesi dopo l'entrata in vigore del Protocollo (16 febbraio 2005), a segnalare l'urgenza che i governi ben comprendano il link energia/cambiamenti climatici provvedono le Accademie scientifiche dei Paesi del G8, più quelle di Cina, India, Brasile e Sud Africa, attraverso gli statement rivolti sia al G8 di Gleneagles (2005) che a quello di San Pietroburgo (2006). In essi le Accademie affermano, con una sola voce, non solo che: "..there is now a strong evidence that a global warming is occurring.. It is likely that most of the warming in recent decades can be attributed to human activities..", ma, aggiungono in modo sostanzialmente perentorio, che: "..The scientific understanding of climate change is now sufficiently clear to justify nations taking prompt action." *
( * Joint science academies' statement: Global response to climate change, 7 giugno 2005, reperibile online sul sito della Royal Society.)


Successivamente, poi, la descrizione dei cambiamenti climatici diviene più complessa e drammatica, nei termini della rottura di stabilità dei fenomeni periodici propri del sistema fisico clima.
A rendere così decisa la comunità scientifica internazionale è stato anche un cambiamento fondamentale nella scienza del clima. Il rapporto "Abrupt Climate Change", pubblicato nel 2002 dal NRC della National Academy of Sciences degli Usa dopo un decennio di studi e di ricerche sul campo, disegna la storia del clima come fatta di bruschi cambiamenti che si inseriscono nelle variazioni ben più lente, sostanzialmente legate a fenomeni di carattere astronomico (spostamento dell'asse terrestre, cambiamento del piano dell'eclittica,...).


Emerge, in contrasto col punto di vista fino allora dominante, che l'atmosfera è un fattore di modificazione del clima. L'azione forzante in grado di modificare drasticamente il clima sta questa volta proprio nell'aumento in atmosfera della concentrazione di CO2, il gas "serra" maggioritario. Negli ultimi 650.000 anni, prima dell'era industriale, la concentrazione in atmosfera di CO2 non ha superato le 290 parti per milione a fronte delle 380 del 2002 (oggi 390); ma non è tanto il livello raggiunto, quanto il fatto che l'incremento negli ultimi cinquant'anni è stato uguale a quello che nella storia del clima richiedeva almeno 4000 anni! Questa contrazione nel tempo di circa cento volte è una misura dell'azione forzante, che conduce dalla stabilità all'instabilità climatica: il rapporto mette al centro le sorprendenti nuove scoperte che improvvisi cambiamenti climatici possono accadere quando cause graduali portano il sistema terrestre al di là di una soglia, la soglia al di là della quale si ha la rottura della stabilità dei cicli climatici. E' il passaggio che stiamo già vivendo, infinite le prove sperimentalmente verificate, con drammatiche conseguenze.


Negli anni immediatamente successivi, la presa d'atto di questa realtà e la necessità di partire da essa per ogni nuova analisi e proposta che cerchi di dare risposte alle società del XXI secolo sembra procedere con sempre maggior intensità nei panel che riuniscono i potenti della Terra. E' l'Unione Europea a dare per prima il buon esempio fissando, nel marzo del 2007, gli obiettivi sulla riduzione della CO2 e sul risparmio energetico e sul ricorso alle fonti rinnovabili con gli ormai famosi tre 20% al 2020. Con buona pace del coro di economisti che non ci avrebbero scommesso una lira, gli obiettivi UE diventano invece il punto di riferimento del dibattito di 195 governi di tutto il mondo, e sarebbe solo singolare assenza di senso storico o imperdonabile miopia misurare questa situazione secondo il criterio degli impegni per davvero assunti nei vari G qualcosa o nelle Conferenze delle Parti (CoP), cioè dei Paesi riconosciuti presso le Nazioni Unite. Si ha infatti a che fare con una trasformazione che ha di fronte a sé la massiva inerzia (interessi industriali, economici e finanziari; colossali infrastrutture; centinaia di milioni di occupati o dipendenti ecc.) di giganteschi sistemi energetici - petrolio, carbone, gas - e che deve compiere il suo primo e fondamentale passo in tempi incredibilmente stretti in rapporto alle sue dimensioni fattuali e sociali.


Un'istanza di razionalità globale

In ogni caso la ruota si era messa in moto. E' Manuel Barroso che segnala ai capi di governo riuniti nel settembre 2009 a New York in preparazione di CoP 15: "Il clima sta cambiando più velocemente di quanto si prevedesse anche solo due anni fa. Continuare a comportarci come se niente fosse equivale a rendere inevitabile una trasformazione pericolosa, forse catastrofica del clima nel corso di questo secolo".  Però a Durban (CoP 17, dicembre 2011) un accordo globale viene rimandato al 2015. Certo, è una trattativa mondiale che non ha precedenti di livello comparabile, e che, per di più, richiederebbe ai Paesi più forti di allargare di molto - almeno 100 miliardi di dollari all'anno - il modesto budget previsto a Cancun (CoP 16).


Ma tutte le considerazioni sull'inerzia dei sistemi produttivi, economici e sociali legati alle fonti fossili e sulle novità e difficoltà della trattativa globale non esimono dal rilevare una divaricazione preoccupante tra intenti professati e tempi della crisi ambientale.
Nell'editoriale del primo numero on line del 2012, la rivista Nature rivolge un accorato appello agli scienziati perché utilizzino tutti i mezzi a disposizione della comunicazione per far fronte, con argomenti scientifici ma con linguaggio universalmente comprensibile, non solo alle campagne di "negazionisti" o "scettici" ma, soprattutto, al grave calo di interesse nell'opinione pubblica mondiale nei confronti dei cambiamenti climatici, proprio nella fase più drammatica: "The treat has never been greater". La ruota si è inceppata. La drammatica urgenza è ben chiara alla politica - vedi Barroso - ma trova in essa un'eco debole, non in grado di attivare la "prompt action" che pure le Accademie delle Scienze richiedevano. La politica è anche consapevole delle conseguenze catastrofiche degli scenari di "adattamento" - un miliardo e mezzo di abitanti della terra, non più il piccolo Stato di Kiribati, da traslocare sull'arco di vent'anni in territori a quote più elevate - ma non sembra in grado di rispondere a una pura istanza di razionalità globale. E quella drammatica urgenza trova, ahinoi!, un'eco ancor minore o nulla nel globalizzato mondo dell'economia e della finanza.


Quello che non si è capito della green economy


Seguiamo da alcuni decenni la vicenda ecologia - energia, controllo del territorio, reti di trasporti, ecologia urbana, uso efficiente delle risorse fisiche, cambiamenti climatici - e, man mano che si veniva profilando la crisi dell'impianto ecconomico e produttivo, ci siamo convinti che proprio la crisi ecologica - la cui urgenza abbiamo cercato di delineare - rappresentasse una straordinaria opportunità per costruire una risposta razionale alla crisi economica.


Nel dibattito internazionale è entrata, è vero, la tematica della green economy, ma essa ha presto assunto, anche per gli economisti più sensibili come Amartya Sen, non la prospettiva di elemento sostanziale per modificare a fondo un modello di crescita rovinoso, quanto quella di un filone aggiuntivo che poteva essere considerato, accanto agli altri, nell'usuale valutazione del ritorno degli investimenti (e dunque presto messo in crisi dalla difficile reperibilità, appunto, degli investimenti). Oppure si è guardato alla green economy piuttosto come ideologia di progresso: our common future, Obama (di qualche tempo fa), Decennio Unesco per l'Educazione allo Sviluppo Sostenibile. In realtà, come è stato sottolineato a ragione con ironia, "un tema domenicale, un tema precipuo delle omelie".  Dovrebbe sorgere il sospetto che è sbagliato tenere separati, o relegare nella politica dei "due tempi",  i diversi aspetti della crisi, quello finanziario ed economico-produttivo da quello delle risorse naturali, dell'ambiente, dei cambiamenti climatici. Ed è ormai consuetudine che anche nei grandi convegni internazionali sull'economia e sulle politiche economiche risuoni qualche voce autorevole a sottolineare questa esigenza. "After no more heard", direbbe il grande bardo.


Riteniamo che alla base di questa considerazione di pratica irrilevanza di una eventuale riconversione ecologica dell'economia ci sia una sostanziale incomprensione di ambedue i termini del binomio crisi economica - crisi ecologica dovuta ad una diffusa incapacità ad interessarsi in modo appropriato delle questioni scientifiche, da parte della cultura economica e della cultura politica. Siamo ben consapevoli del rischio al quale ci espone questa affermazione: e chi si credono di essere questi che vorrebbero far lezione a tutti! O meglio, sulla crisi ambientale abbiamo riassunto rapidamente l'aspetto fondamentale e siamo pronti a renderne conto. L'hybris riguarda più propriamente l'avventurarsi sul terreno dell'economia, ma viste le cautele, o le reticenze, di molti grandi economisti, proveremo tuttavia a dire i nostri argomenti.


Nel mondo l'attenzione e il dibattito sulla crisi dell'impianto economico e produttivo si sono concentrati soprattutto sugli aspetti finanziari della crisi, in particolare per quanto riguarda i possibili interventi per uscire dalla crisi e ridare stabilità all'impianto, salvo poi indicare nel rilancio della crescita una condizione necessaria.  Alquanto difficile da realizzarsi, come vediamo, giorno dopo giorno. Sulla crisi della strumentazione finanziaria, sulla mutazione dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario, abbiamo letto analisi interessanti, sforzi commendevoli di scientificità e proposte utili sulle transazioni finanziarie, sulla necessità di misurare il potere delle agenzie di rating, sul ruolo di governo che dovrebbe essere assunto, in particolare, da appropriate istituzioni europee. Proposte certo da avanzare, ma, come si è detto, esse non rappresentano una terapia stabile alla vulnerabilità del bilancio aggredito dal debito e,  si aggiunge,  se non si rilancia la crescita. Anzi, perseguire il pareggio di bilancio senza una prospettiva seria di crescita - si sostiene ormai da più parti - ci porta diritti nella recessione, come peraltro sta accadendo in Italia e non solo. E tuttavia un rilancio della crescita appare  difficile nella situazione data. Ma come si è arrivati a questa situazione? Proponiamo un' analisi essenziale di come si sia sviluppata la crescita del disavanzo e del debito e in quale contesto sia avvenuta la mutazione dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario...


La contraddizione essenziale: innovazione tecnologica e globalizzazione


Alcune analisi hanno indicato un ruolo centrale dell'innovazione tecnologica nella vicenda del mondo globalizzato, sempre di più teatro di una competizione feroce tra le economie e, ovviamente, tra le imprese. L'innovazione tecnologica vi ha giuocato un ruolo fondamentale, da una parte suscitando innovazione di prodotti, per una domanda sostenuta da bisogni individuali indotti nel consumatore e, dall'altra, mirando a ridurre, nella composizione dei costi di produzione, la voce più significativa: il costo del lavoro, in particolare con il continuo, accelerato aumento della produttività (e la conseguente riduzione degli occupati). Si è pervenuti così ad un divario crescente tra la velocità con cui aumenta la massa dei beni prodotti rovesciati sul mercato e la velocità con cui aumenta la spendibilità da parte del mercato.  Questo ruolo dell'innovazione tecnologica non ci pare che sia stato compreso in modo adeguato dalla riflessione degli economisti. Non si tratta, va sottolineato, di saturazione del mercato: milioni di donne e di uomini non hanno mai visto un telefono cellulare, ma troppo lenta è la velocità con cui essi entrano nella disponibilità del denaro per acquistarlo! Crisi di sovrapproduzione, dunque: rispetto alla capacità di acquisto, non rispetto ai bisogni. Nulla di nuovo, si dirà: sono ben note, nel mercato capitalistico, le crisi di sovrapproduzione e, almeno in teoria, gli strumenti per tentare di riassorbirle.


Oggi bisogna però guardare alle conseguenze quantitative del carattere globale del mercato. Sia beninteso, il mercato ha smesso di essere ‘puntuale' o ‘locale' già dal Medioevo; le fiere vi avevano un carattere preminente, ma la banca nascente dava un respiro assai più ampio allo scambio delle merci e introduceva un significativo ruolo della finanza già a cavallo tra il XIII° e XIV° secolo. Italiani ai primi posti, come sottolinea il nome del tasso lombard. Ma l'espansione del mercato ha assunto a partire dal XX° secolo il ritmo della progressione geometrica, con la tumultuosa innovazione delle tecnologie di conservazione e trasporto delle merci, le quali hanno potuto fruire di vettori sempre più capaci e veloci o addirittura immateriali tramite internet. La velocità con cui si propaga l'offerta di merci aumenta a dismisura. Il dispiego della innovazione tecnologica nel mercato globalizzato dà al processo un  carattere quantitativo difficilmente recuperabile con la strumentazione che viene messa in atto: quale gigantesca redistribuzione del reddito sarebbe necessaria per rispondere all'insufficienza di domanda effettiva che si è venuta determinando, insieme alla disoccupazione crescente!



Quella evidenziata ci sembra una contraddizione fondamentale, senza affrontare la quale tutte le strumentazioni di politica monetaria o economica e gli interventi di carattere finanziario appaiono destinati al fallimento. Difficile, in particolare, ritenere che l'austerità possa essere risposta efficace ad una contraddizione che ha alla sua radice l'inadeguatezza della domanda. Proprio guardando a quella contraddizione, al ruolo della spesa pubblica e al prodursi delle bolle finanziarie, si può ripercorrere la storia, ad esempio, degli ultimi decenni del nostro paese:  sostenere le imprese sostenendo i consumi, dunque lasciando liquidità ai consumatori e assumendo a carico dello stato gran parte della spesa per la salute, la scuola, il welfare. Insomma, i conflitti capitale/lavoro furono attenuati da quell'intesa implicita che apriva spazio a politiche sociali avanzate. Da qui la crescita del debito non solo, dunque, a causa della sempre proclamata sciatteria, quando non della corruzione politica, delle amministrazioni degli anni '80 e '90. Che altro potevano fare, dentro il quadro degli strumenti giudicati politicamente accettabili?  Anche se, è bene ribadirlo, quei governi vi hanno aggiunto del loro coprendo evasione, corruzione e opportunismo elettorale. Ma questi aspetti non spostano la natura essenziale del problema che sta nella compatibilità non governabile - nella realtà del mercato globalizzato - tra dimensione dell'offerta e meccanismi di formazione della domanda, corrispondenti evidentemente ai vari livelli di distribuzione dei redditi.


Fragile allora un impianto produttivo, sospeso nella aleatorietà della remunerazione degli investimenti e dunque esposto al finanziatore bancario e all'andamento del costo del denaro. Oltre che alla spregiudicata destrezza degli speculatori internazionali.  E l'imperativo della buona salute dell'impresa ha imposto sempre di più esigenze accelerate di aumento della produttività e, di conseguenza, l'attacco a consolidati diritti del lavoro e il taglio delle spese sociali: insomma l'aggressione al modello sociale europeo.  Progressivamente, poi, in una seconda fase, per sopperire comunque alla insufficiente liquidità da parte dei possibili consumatori, si è ricorso in misura crescente, da parte degli operatori finanziari, da prima negli Stati Uniti e successivamente in Europa, alle varie forme di prestito, aumentando così enormemente il ruolo della dimensione finanziaria dell'economia. In tal modo fittizio, per l'effetto combinato di emissione di moneta nuova e di titoli, si annullava il rischio del crollo della liquidità: la domanda è stata aiutata da una crescita surrettizia (le bolle). In fondo, si poteva comprendere che si stava costruendo un meccanismo rischioso, nelle sue evidenti aleatorietà e instabilità:  perché non lo si è bloccato, o almeno corretto, ricorrendo a norme, a deterrenti internazionali? Al contrario, esso si è potuto sviluppare rapidamente anche in virtù di sistematiche deregulation.


Dal "Libro Bianco" della Ue alla Green Economy: un nuovo modello di sviluppo


Il processo, che lega la crescita del debito e del ruolo della finanza  al funzionamento dell'impianto produttivo sopra descritto - in particolare al ruolo della innovazione tecnologica -  appare già chiaramente leggibile nell'ultimo decennio del secolo scorso e porta Jacques Delors a valutare, nel "Libro Bianco" della UE del '93, che rilancio dell'economia (e dell'occupazione) non sarebbe venuto dai settori produttivi consolidati - materiali e immateriali - ma da un nuovo settore ove si produce e si vende una nuova merce che si chiama qualità della vita. Siamo dunque alla prospettiva della Green Economy. Intesa come cambiamento della struttura della domanda, più che come sublime istanza ecologica. All'inizio di questo secolo, la Green Economy sembrerebbe così una risposta "obbligata" alla crisi degli equilibri ecologici - in primo luogo,  i cambiamenti climatici - con le conseguenze positive sulla salute e sul ben vivere, ma essa appare anche una risposta razionale alla crisi dell'impianto economico.


Efficienza energetica e ricorso alle fonti pulite e rinnovabili, riqualificazione urbana, ristrutturazione dell'impianto industriale con uso più efficiente delle risorse fisiche e abbattimento degli inquinanti, ristrutturazione delle reti di trasporto delle persone e delle merci, difesa del suolo, agricoltura come sicurezza alimentare ma anche come controllo della franosità, della sicurezza idraulica e salvaguardia delle reti idrografiche minori, prevenzione sanitaria, restauro e valorizzazione dei beni storici, culturali, ambientali, eccellenza delle produzioni artigianali o di nicchia... rappresentano il passaggio dalla cultura produttiva della quantità alla cultura della qualità, con produzioni in prevalenza non  delocalizzabili e per le quali appare difficile innescare processi di competizione tra le imprese nel quadro dell'aumento esasperato della produttività del lavoro. Con effetti ricostituenti e benefici anche sull'occupazione, diretta o indiretta: tanto da far registrare in Italia (Unioncamere), solo nel 2011, circa 220mila assunzioni e annunciare nei prossimi anni almeno un milione di posti di lavoro.          

                                                             
Si pensi ad esempio ad un progetto di mobilità sostenibile: trasporti pubblici periurbani, urbani, interurbani, una rete gradevole da usare e competitiva con il mezzo privato. Un altro esempio: risparmio energetico negli edifici. O, più in generale, riqualificazione urbana : cioè restauro dei centri storici e riqualificazione delle periferie, recupero e riuso del patrimonio abitativo esistente: sono produzioni ad altissima intensità di lavoro.  Per contro,  il ritornello di rito di una ripresa fatta di un recupero delle produzioni in massa di case, auto, elettrodomestici, telefoni cellulari, gadget elettronici appare, alla luce delle contraddizioni sopra illustrate, una ricetta totalmente dissennata. E che succederebbe poi se venisse il giorno in cui in grandi paesi come la Cina, l'India ogni famiglia disponesse di un televisore, di un condizionatore, di una o più automobili e così via? Dunque si tratta di realizzare un modello di sviluppo radicalmente alternativo a quello neoliberista di fatto responsabile della situazione attuale di crisi.
In Germania il lavoro "verde" ha attivato sull'arco di dieci anni oltre 350mila nuovi posti di lavoro, con un numero di occupati largamente al di sopra di quello della più grande industria automobilistica europea e tra le prime nel Mondo, la Volkswagen. Il "Piano di efficienza energetica 2010 - 2020", presentato da Confindustria nell'autunno 2010, mostra come un investimento pubblico di 16,7 miliardi di euro sull'arco di dieci anni sia in grado di produrre nello stesso tempo un milione e seicentomila unità lavorative annue - un quarto nel settore del risparmio energetico negli edifici - oltre a conseguire i tre 20% della UE. Il piano è divenuto un "avviso comune" di Confindustria, CGIL, CISL e UIL, e dovrebbe diventare una proposta per la crescita  sulla quale impegnare il governo.


Nel proporre l'obiettivo di sostituire in dieci anni quasi il 40% dei combustibili fossili con le fonti rinnovabili e con l'abbattimento degli sprechi attraverso la riduzione dei consumi energetici, la UE afferma che la sfida di un'energia e di uno sviluppo sostenibili può avere una risposta positiva; e il difficile percorso da Copenhagen a Durban per CoP-17 ha se non altro indicato che il tempo del cambiamento batte per tutto il mondo. Questo cambiamento pone grandi problemi di carattere ingegneristico, finanziario, organizzativo e soprattutto culturale: nell'incalzare del cambiamento climatico e della crisi dell'energia, ci sono i tempi per un cambiamento così rilevante? Campeggia allora la domanda: ma è davvero necessaria tutta questa energia che consumiamo? E' insomma la domanda se basti cambiare la fiamma da porre sotto la pentola o si debba dare uno sguardo anche a quello che si vuol cuocere dentro la pentola. Ancora la riflessione: dalla quantità alla qualità. Dunque, si tratta di realizzare un modello di sviluppo radicalmente alternativo a quello neoliberista di fatto responsabile della situazione attuale di crisi. Un quadro razionale quello offerto dalla economia della sostenibilità, che tuttavia non è riuscito, sin qui, ad ottenere attenzione efficace dalla politica, ma neppure, come già abbiamo lamentato, dal versante della dottrina economica.


La situazione presente richiama le due minacciose muraglie d'acqua attraverso le quali si spingevano i cocchi di Faraone all'inseguimento del fuggitivo popolo eletto. Da un lato la crisi capitalistica: l'irrazionalità di un modello economico, e dei suoi "cicli", che, irretito dalla moneta e dalla finanza, non vede l'esaustione sistematica delle risorse fisiche operata dalla spoliazione capitalistica della Natura e le pensa, come ai tempi di Malthus, indefinitamente riproducibili. Dall'altro la crisi ecologica: non soltanto i rovinosi effetti sull'ambiente e sull'uomo di quella spoliazione che l'Economia ignora, ma il galoppo di carica del drammatico passaggio all'instabilità climatica.Un secolo e mezzo dopo Černyševskij risuona ancora il: "Che fare?"
La riconversione ecologica dell'economia, proposta già da tanti anni per correggere l'irrazionalità rovinosa del modello economico dominante, trova due nuovi elementi a favore e cogenti: quarant'anni fa si era al giorno prima di quel processo che non abbiamo esitato a chiamare la "sanguinosa geopolitica dell'energia", ed è da meno di vent'anni che i cambiamenti climatici hanno acquisito quel carattere di perentoria urgenza che abbiamo cercato di descrivere. Sul piano della razionalità globale la riconversione ecologica dell'economia appare allora, alla luce della gravità dello sconvolgimento climatico e della geopolitica sanguinosa dell'energia, una scelta obbligata, necessaria e immediata: questo è il fatto nuovo.  Il modo di fare questa riconversione ha caratteristiche universali, anche se in quel che segue il nostro riferimento sarà costituito principalmente dall'Europa e dall'Italia. Non c'è da stimolare e sostenere una domanda individuale, ma da destinare le risorse alla necessità collettiva di benessere piuttosto che di benavere.



Si tratta di mettere a punto immediatamente grandi programmi pubblici europei. Incentivi pubblici dovrebbero poi sostenere il passaggio delle imprese verso questo tipo di impianto produttivo, anche se, per alcuni settori, l'evoluzione appare del tutto naturale: ad esempio, il passaggio di produzioni dall'elettromeccanica, dall'automobile, dall'edilizia ai settori delle nuove energie, della mobilità intermodale, della riqualificazione urbana, della difesa del suolo e così via. E questo passaggio provoca effetti trasversali a tutta l'economia: "La green economy - si legge nel rapporto presentato nella sede di Unioncamere (Milano, 14 novembre 2011) - non è un settore legato esclusivamente ai comparti tradizionalmente ambientali (come per esempio il risparmio energetico, le fonti rinnovabili o il riciclo dei rifiuti): attraversa e innova anche i settori più maturi della nostra economia." Un'evoluzione accompagnata, in tutti i settori, dal pieno coinvolgimento delle sedi della ricerca scientifica e tecnologica, inserita nella prospettiva della ristrutturazione dell'impianto economico e produttivo.
Nonostante il perdurare della difficile situazione economica, il settore delle fonti rinnovabili, ad esempio, si dimostra ancora una volta un settore trainante per l'economia mondiale e un'opportunità reale verso l'uscita dalla crisi. Gli investimenti mondiali in energia pulita hanno registrato un nuovo record anche nel 2011 con un incremento del 5% rispetto all'anno precedente e pari a quasi cinque volte quelli del 2004 ( Bloomberg New Energy Finance).  



In definitiva la crisi ecologica rappresenta una straordinaria opportunità come risposta efficace alla crisi dell'impianto produttivo e permette di dare risposta proprio al proclamato binomio crescita/stabilità nel contesto però della sostenibilità.
Un contesto nel quale si può anche continuare ad usare il termine crescita ed effettuarne la contabilizzazione ma nell'ambito preciso della produzione di benessere collettivo - come vogliamo ribadire: restauro urbano e riqualificazione degli spazi, efficienza energetica ed energia pulita, reti dei trasporti, difesa del suolo, agricoltura e sicurezza alimentare, ricerca scientifica, beni culturali ed ambientali... - , non già nel senso della crescita di produzioni destinate a dar risposta a consumi individuali.



* da www.greenreport.it   maggio 2012