Monti non è Bruce Willis e non siamo ad Armageddon

di Giovanni Chiambretto *

Per quanto si voglia riproporcelo, il film italiano che si sta svolgendo non è Armageddon, Monti non è Harry (Bruce Willis ), e nessun meteorite sta per distruggere l’Italia. Monti con il suo equipaggio di funzionari non è neanche Ciampi. Quello era un uomo delle istituzioni, nel ’43 ufficiale dell’esercito, poi passato alla Resistenza; preparato, ma con una sensibilità istituzionale ed una cultura che non è quella di Monti.
Monti è uomo dei poteri forti, consulente di Goldman Sachs (come Draghi), membro del gruppo di Bildelberg, di recente collaboratore di Barroso alla Commissione Europea, rettore dell’università della Confindustria e tant’altro.

 

 

La sua candidatura è stata preparata fin da prima dell’estate (quando è stato scelto Draghi per la BCE) nei salotti buoni in accordo con la finanza che conta europea ed americana. Tanti interventi preparatori hanno preceduto questa svolta repentina: dichiarazioni della Marcegaglia, la linea del Corriere della Sera e degli interessi che ci sono dietro con Mediobanca, le prese di posizione della CEI, etc. etc….

 

Tutti adesso si sono accodati, ma il punto di partenza è noto: Berlusconi non era più compatibile con la gestione che costoro intendevano dare alla ristrutturazione finanziaria, economica, sociale dell’Italia e più in generale dell’Europa ( di cui l’Italia è la terza delle quattro colonne portanti ).
La squadra di governo è incentrata su personaggi che hanno a che fare con questi ambienti, qualche accademico, qualche professoressa nordista, qualche funzionario dello stato, qualche generale o ammiraglio, qualche zavorra necessaria come il vecchio nuclearista Clini. In aggiunta, fra i sottosegretari, qualche personaggio non in vista che fa riferimento ad aree di partito, non ultimo uno di Comunione e Liberazione. Età media dei membri: comunque la più alta dal dopoguerra e la più alta fra quelli in carica di tutta Europa.

 

Il programma di governo è chiaro, sostanzialmente incentrato sullo spostamento delle risorse del paese troppo distribuite in troppi anfratti della società, portandole nelle mani di pochi gruppi economici e finanziari, cambiando i rapporti sociali interni e le relazioni internazionali. I partiti consolidatisi con le riforme istituzionali ed elettorali degli anni ’90 non erano in grado o non disponibili a farlo fino in fondo.  Il resto è letteratura, chiacchiericcio da lasciare ai partiti a beccarsi nei talk-show ( non ancora per tanto perché questi, al contrario del Berlusca, la TV dei talk show la vogliono coprire ). 

 

Non bisogna farsi ingannare dalla propaganda: non è un governo “buono”, non ha la vocazione all’equità né appare interessato seriamente ad un rilancio dell’economia quella che sia, ne tanto meno a come potremmo intendere noi ad una conversione dell’economia in senso moderno, cooperativo, democratico, ne tanto meno “ecologico”. Sull’equità grida vendetta che al Ministero dello Sviluppo e dei Trasporti sia andato il presidente di una banca che si è attribuito 31 milioni di bonus in due anni (tassati al 10% oltretutto).
L’obiettivo è appunto quello di riequilibrare e ridistribuire ricchezza e reddito, concentrarne almeno il controllo in un ristretto gruppo di organismi in gran parte anonimi dell’economia e della finanza. Si tratta di una operazione politica complessa e sofisticata che si  sta giocando su possibili scenari diversi che si chiariranno questa primavera dopo che si sarà completato il ricambio governativo, oltre che di Grecia, Portogallo  e Spagna, dell’ Italia, e soprattutto Francia e Germania. Di Islanda o Ecuador, che si sono autoridotti il debito, ce ne già di troppo.

 

L’intreccio bancario-industriale italiano (e non solo italiano) ha oggi il suo punto di forza e di debolezza nelle banche. A parte qualche piacevole ed intelligente anglosassone alla Naomi Klein o Noreena Hertz, in Italia dobbiamo accontentarci di Grillo e della Gabanelli ( e meno male che ci sono..) a spiegarci il ruolo delle Banche. Le banche (italiane ma non solo) hanno in mano l’86% del debito pubblico che ormai supera i 1900 miliardi di euro. Mentre i privati (anche vostra zia) hanno in mano il 14%. Viene da ridere quando si parla del “giudizio dei mercati”. Se tre grosse banche muovono coordinate un’unghia, il rendimento dei CCT potrebbe andare al 20% domattina e viceversa.

 

Le banche sono in situazione di pericolo, ma nello stesso tempo, se si accettano queste regole del gioco, hanno le mani alla gola dello Stato e di tutto il sistema e possono stringere quando e come vogliono. Hanno tempo fino all’inizio del 2013, cogestire la riforma elettorale in modo da impedire sgraditi ospiti nel nuovo Parlamento lasciando prima qualche mese ai partiti ( di destra, di centro e di sinistra) per reinventare qualcosa di non serio che li divida, per ridare “un offerta” al mercato degli elettori.

 

A prescindere dai Beni dello Stato italiano che sono un bel malloppo, si stima che i risparmi degli italiani superino i 9000 miliardi di euro per cui i debitori in fondo sono solvibili, ma chi ha in mano il debito ha in pugno la situazione. Sempre stanti queste regole del gioco, perché ad esempio si potrebbero anche nazionalizzare le banche, o selezionare, congelare, rinegoziare parte del debito, e nessun meteorite ci cadrebbe sulla testa. Ma ciò comporta una rivoluzione o, diciamo meglio, l’affacciarsi di una alternativa consistente e capace di egemonia.

 

Si tratta di capire cosa vogliono costoro. Sembrerebbe che ( per ora) abbiano calcolato che per riportare un equilibrio potrebbe essere sufficiente ridurre del 20% il livello di vita medio degli italiani. Questo è lo scenario. Diciamo scenario perché la situazione è intricata ed in movimento. Non c’è un Grande Fratello che ha già deciso tutto. È come in una guerra dove si fa un piano e lo si adatta progressivamente alle evoluzioni delle circostanze. È evidente che si deve superare un ciclo produttivo che è cominciato nella seconda metà degli anni ’90 con le delocalizzazioni all’estero di attività produttive (15.000 imprese italiane oggi solo in Romania) accumulando capitali ciucciati in Italia, reinvestiti in parte all’estero ed in parte trasferiti in lingotti d’oro e altro nelle cassette di sicurezza tipo Svizzera ( cassette non se ne trova più).

 

Il ciclo si concluderà forse con il trasferimento della Fiat a Detroit, con il progressivo sbaraccamento di sindacati e contrattazione nazionale, sistema assistenziale, welfare, scuola pubblica, che  erano il prodotto di un trentennio iniziato alla fine degli anni ’60. Anche la Camusso, Bonanni e Angeletti rischiano di passare al precariato.  Questa parte delle “riforme” non è ancora stato affrontato dal governo “salva Italia”.

 

In altre parole si sta cercando di imporre un blocco sociale nuovo minoritario e potentissimo che ha l’obiettivo di ridefinire i rapporti di forza interni e la collocazione internazionale economica dell’Italia per un lungo periodo. Sembrerebbe  che l’opera di Harry-Monti si svilupperà in due fasi:1) Una botta subito per mettere in sicurezza le banche ed il loro potere, disarticolare il vecchio teatrino della politica e prima di tutto disorientare l’opinione pubblica ( per questo, più intelligenti del Berlusca, curano molto la TV e i giornali). 2) Interventi più sofisticati ed articolati per adattare la struttura statale e sociale dell’Italia (riforme strutturali) alla prevedibile nuova collocazione globale e di mercato del paese. Per farlo serve meno il controllo della polizia e delle forze armate, ( queste sono scemenze da black-bloc ), di più gestire l’informazione, piegare i partiti, impedire l’aggregarsi di una opposizione strutturata e consapevole della parte del paese che non ci sta.

 

Le parole d’ordine “equità e rigore” non sono mai state usate più a sproposito. Bisognerà leggere con molta attenzione la natura ed i fini dei provvedimenti a tutto campo che questo governo prenderà. Aumentare gli investimenti per la ricerca del 10% e insieme confermare tutte le grandi opere può essere un esempio. Se la ricerca oggi è quasi a zero, aggiungere il 10% non aumenta di quasi nulla mentre le grandi opere sono già previste per diecine di miliardi. La differenza fra il fumo negli occhi e l’arrosto. Ciaccia il sottosegretario era l’amministratore di BIIS, la società operativa di Banca Intesa che si occupa di finanziare gli investimenti edilizi: ad esempio l’intervento sull’area Falck di Sesto San Giovanni (Penati etc.). Questa società di fatto è la promotrice e la gestrice dell’intervento Falck. Tradotto: uno fra i principali gestori dell’area Falck adesso è stato nominato viceministro. Finanziarizzazione dell’urbanistica, project financing…e la tutela del paesaggio?

 

Il blocco sociale. Va compresa la natura del blocco sociale che prevedibilmente si strutturerà. Si può immaginare un sistema piramidale di privilegi al centro che aggregherà le componenti attive della società in grado di dare corpo a filiere subalterne al suo modello di sviluppo aggiungendo tutte le componenti che possono garantire un ampliamento del consenso sociale necessario. Non parliamo solo di imprenditori, finanzieri, gente dei partiti: anche di operai o commercianti. Non si sta già tentando di farlo con la TAV, le varianti urbanistiche, gli inceneritori, il mantenimento dei progetti di armamenti..?  

 

I tre grandi centri di interesse delle banche sono il debito pubblico, la speculazione edilizia e il project financing. Sono attività non rilocalizzabili nell’est europeo o in estremo oriente. Quindi le grandi opere ed i grandi interventi dovranno continuare per garantire la salvaguardia degli interventi fatti finora ed in una situazione di recessione chi avrà a che fare con questi settori protetti (una minoranza minuscola)  farà parte delle filiere che sosterranno il governo. La Compagnia delle Opere è già nel governo, le Coop, se non cresce un’alternativa, potrebbero accodarsi apertamente a stretto giro di posta. L’economia che ruota attorno alla Chiesa (forse esagerando sentiamo in questi giorni parlare del 20% della ricchezza del paese) è sufficiente non toccarla.

 

Ancora: quasi tutto il sistema dell’informazione (fantasondaggisti compresi) si è subito accodato alla New Wave ed è un sistema che, con le dovute razionalizzazioni, rimarrà necessariamente protetto. Altro che le fesserie sull’informazione tutta controllata da Berlusconi, il problema è un pochino più complicato.

Questa possibile base sociale rimarrà senza dubbio minoritaria nel paese, ma non è questo il problema. Basteranno alcuni interventi correttivi alla democrazia. Se andasse a votare solo il 50% dei cittadini (manca poco) non turberebbe nessuno. Il referendum elettorale è il primo strumento messo a disposizione, anche da qualche sprovveduto  di troppo, per restringere la rappresentanza democratica. Basterà che non esista un’opposizione consapevole, unita, organizzata, rappresentata, se non come cespuglietto gregario, nel nuovo Parlamento. Magari il modello non sarà proprio quello suggerito da Veltroni, che ha già liquidato la vecchia sinistra ed i vecchi ecologisti e che magari non avrà più il pallino in mano. Si potrà pigiare sul pedale della recessione e drammatizzare la situazione economica determinando situazioni eccezionali, o che vengano percepite come eccezionali, e indicare una opposizione vera come un fattore di pericolosa destabilizzazione. Ovvio che disintegrare le aggregazioni politiche della seconda Repubblica e impedirne di nuove non è facile.

 

Comunione e Liberazione è già di là, Berlusconi deve tacere se no va in galera. IdV, SeL (in difficoltà senza l’antiberlusconismo o le primarie del centro-sinistra che non c’è più), ma anche la Lega, sono sotto la pressione dei ricatti e dalle contraddizioni interne crescenti. Non è affatto detto che continuino a restare al gioco, quando diventa evidente il ruolo di soli gregari. La riforma elettorale può mettere alla prova anche la loro sopravvivenza.  Il PD è la somma (provvisoria ) di tre, quattro partiti diversi e non tutti totalmente disponibili a questo percorso. Per il momento cresce o tiene solo nei sondaggi di Ballarò, ma da due anni perde voti in tutte le elezioni vere (vedere le ultime comunali ed il piccolo Molise).  

 

Se già oggi un buon terzo della popolazione non ha una rappresentanza politica o la sceglie senza convinzione e senza innamorarsi, entro il 2013 la disintegrazione dei partiti della seconda Repubblica come li conosciamo ora non è azzardata ed avremo orizzonti politici e sociali profondamente modificati.

Lo spiacevole (per loro) risultato dei referendum, in assenza di una rappresentanza politica, non potrà fermare il treno delle “liberalizzazioni” che garantiscono nuova liquidità ai loro beneficiari. La liberalizzazione delle professioni e delle tariffe è cosa piccola. Ci sono settori dove la crisi sta disintegrando le attività professionali e queste liberalizzazioni non significano nulla, settori protetti come notai e farmacisti difficilmente verranno toccati,comunque non  significherebbe nulla in termini di risorse da espugnare.  Nel mirino non ci sono i dentisti. Ci sono Aziende e Servizi pubblici e più in generale Varianti d’uso del territorio e Beni comuni. Qui ci sono risorse e ovviamente si fanno i soldi. Non c’è bisogno di economisti per capirlo.
Il governo Monti non è un esecutivo provvisorio che ha lo scopo di salvare i conti e poi lasciare le cose come stanno lasciando il passo ai vecchi partiti. Le forze sociali che lo sostengono, pur minoritarie, sono formidabili ed agiscono sulle debolezze del sistema rappresentativo uscito da 17 anni di Berlusconi con le inconcludenti parentesi del governo Prodi. Le prime misure del governo stanno frantumando dal di dentro partiti (100 su 1000 eletti  hanno cambiato casacca in 3 anni), sindacati, associazioni di categoria, rendendo difficile la  convivenza di gruppi di interesse che reggevano nella fase precedente, mentre si dimostreranno inadeguati nel nuovo quadro in movimento.

 

Un diverso blocco sociale. Un'altra Italia è possibile. E’ evidente che è ormai urgente ricomporre tutti i segmenti di società che si trovano oggettivamente da un altra parte della barricata e che tendenzialmente possono essere ormai la maggioranza. Perché l’idea della crescita, nella forma che si insegna alla Bocconi, non è più possibile nella realtà, tantomeno nei paesi occidentali e delle economie mature dell’Europa, ed è progressivamente sostituita dalla teoria della rapina dei Robin Hood al contrario. 

Ci sono ormai molti gruppi e movimenti, piccoli e grandi, o singole personalità, che già ora sono schierati sul fronte opposto al disegno di questo modello. A questi si sommeranno ( che non vuol dire di per sé, si uniranno), gruppi sociali i cui interessi entreranno in contrasto con questo disegno mano a mano che sono colpiti e acquisiscono consapevolezza, personalità sufficienti a rappresentarli, leadership frammentate al momento incapaci di unirsi e convivere per tentare un progetto di egemonia, avviare pezzi di transizione verso una società ecologica, democratica, cooperativa, solidale.

 

Le intuizioni originarie su cui è nato il Gruppo delle Cinque Terre, sono più che mai confermate. Ne partiti esistenti, ne movimenti locali, ne referendum fortunosamente vinti, ne singoli leader locali o nazionali (che scarseggiano) sono all’altezza del progetto che sarebbe necessario.  

 

Ci sono delle situazioni che appaiono oggettivamente in prima linea ed in grado di esprimere campagne esemplari per contenuto specifico e per indirizzo culturale e sono anche quelle che verranno per prime investite dallo tsunami che si prepara. Ci riferiamo ai movimenti che gestiscono le lotte contro le privatizzazioni, contro le grandi opere e per una riforma sociale dell’urbanistica, per la difesa del territorio e contro la distruzione dell’agricoltura locale. Per tutti il movimento NoTav o Valledora, i Comitati per l’Acqua e contro il Consumo di suolo, quelli per le Rinnovabili.  Questi presidiano punti strategici contro  il nuovo-vecchio modello di sviluppo e la loro resistenza potrebbe incagliare il governo stesso, però accelerando uno scontro che si presenta inevitabile.

 

Questi presidi di prima linea sono di fatto sostenuti da altre entità che sono gruppi di lavoro o media culturali non allineati come Altraeconomia, Eddyburg, Sbilanciamoci, giornalisti d’inchiesta (non dimentichiamo la Gabanelli, Santoro e alcuni altri), perfino i Crozza e i Celentano, ma anche amministrazioni pubbliche a cominciare dal Comune di Napoli. Intellettuali autorevoli come Viale, Pallante, qualche altro, scrivono da tempo contributi preziosi. A parte quanto resta delle storiche associazioni ambientaliste, c’è una galassia di gruppi, ecologisti, civici, locali, in reti più o meno precarie, anche se per lo più di scarso impatto a causa della frammentazione esasperata. Per non parlare del convulso mondo di quelli che trovano più volte ripetuti argomenti per la “rifondazione della sinistra” ma che nella pratica alla fine non possono che approdare, magari in versione superficiale come appendice del socialismo, al tema della riconversione ecologica.

 

Questi, in questo momento, dovrebbero diventare il nucleo di partenza da cui partire per aggregare, per offrire un modello ed una sponda per strutturarsi alle filiere polverizzate che riguardano settori chiave del possibile modello economico-sociale alternativo.
Sono evidenti le parzialità, l’elaborazione settorializzata, a volte i personalismi che viziano l’operare di tante parti di questa galassia. Il punto di partenza è comunque lì e non ci sono alternative praticabili. Continua, come due anni fa, la necessità, più che dell’analisi politica, di protagonisti della mediazione fra le forze che già ci sono, proponendo il superamento delle specificità verso un modello aggregante adeguato al momento politico-sociale. In mancanza di un tentativo di coordinamento serio, ciascuno fa quello che gli viene, cioè quasi nulla, che è quanto si è fatto negli ultimi due anni.

 

Il punto di partenza è che vanno superati e sciolti gradualmente tutti i mille partitini autoreferenziali ed inutili perché inefficaci mentre si costruisce davvero un tavolo di mediazione a livello nazionale e locale. Nessuno che abbia la vocazione all’1%, neppure al 2-3 %,  ha la minima possibilità di darsi una rappresentanza di qualche peso  nel nuovo Parlamento. Neppure lo stesso movimento di Grillo che, piaccia o no, è determinante in questo processo, per quanto di gran lunga più consistente degli altri, così come i variegati soggetti raccolti da Di Pietro e Vendola, hanno la sicurezza di sopravvivere, figuriamoci la galassia dei mille frammenti ( gruppi, comitati )  ecologisti, civici, liste locali.

 

Con pochi artifici e ritocchi al sistema elettorale ( partire dal porcellum o dal mattarellum è la stessa cosa) si può tenere fuori dal Parlamento anche partiti e liste  del 4-6%, specie se l’operazione, come è probabile, si farà all’ultimo momento. Per chi è incredulo è bene ricordare che è già stato fatto alle elezioni europee del 2009, due mesi prima, su un sistema che aveva, unico rimasto, una base proporzionale. Con i sistemi maggioritari è molto più facile. Una grande alleanza o la irrilevanza sono le due strade obbligate. 

 

La natura della futura governance europea e globale ha un carattere aristocratico (un governo di pochi) ma, almeno nella anomalia italiana, ha delle  chance di imporsi. Le regole democratiche verranno salvaguardate nelle forme, ma non nella sostanza. Il consenso si può creare attraverso la gestione delle informazioni ed impedendo la costruzione di alternative organizzate in un progetto. Il giro di boa ufficiale, per quanto riguarda l’Italia, si avrà alla scadenza elettorale del 2013. Per quella data non sarà possibile avere un grande partito di tipo nuovo strutturato ed organizzato che rappresenti quella parte del paese non rappresentata e che possa competere alle elezioni, ma è ancora possibile che un movimento di alleanza si presenti. Una cooperativa di realtà locali, persone, associazioni, gruppi di interesse che condividano (anche nella pratica) un punto di vista diverso sullo sviluppo italiano e che abbiano cominciato ad elaborare una cultura del governo, dello stato e dell’economia, diversa, ecologica. Serve che qualcuno inizi, con serietà, a proporlo.

 

* del Gruppo delle Cinque Terre (Lombardia)