Che fine ha fatto il movimento alter-global?

   di Antonio Famiglietti

A luglio Genova-G8  compie dieci anni.

Sorprende la circostanza che i sociologi non abbiano dedicato al declino del movimento alterglobal un’attenzione comparabile agli sforzi di ricerca impiegati per provare a spiegarne l’ascesa. Eppure analizzare perché si sia destrutturato il movimento che in Italia conosce il suo momento di maggiore impatto mediatico ed anche tragicità con le vicende di Genova del luglio 2001, aiuterebbe anche a gettare luce sulle controversie che si sono innescate intorno alla sua interpretazione.

La proposta che qui si avanza parte dal presupposto che, per analizzare un movimento popolare, o “movimento-personaggio”[1], sia necessario separare la questione di cosa tiene insieme componenti eterogenee da quella relativa al tipo di conflitto che l’azione comune riesce a strutturare: il suo principio di convergenza da quello di autonomia[2]. Per quest’ultima si intende che il fatto che la tensione, propria dei movimenti sociali, a dotarsi di un discorso e di organizzazioni autonomi (dall’avversario) è correlata alla definizione di un conflitto che contiene elementi antagonisti, di non negoziabilità; conflitto che, a sua volta, è in un rapporto di causalità reciproca con la tensione utopica cui tende l’azione di un movimento sociale (“un altro mondo è possibile” nel caso degli alterglobal).

 

Venendo al primo quesito: cosa teneva insieme “il movimento dei movimenti”, cosa rendeva possibile, nel nostro paese, la convergenza tra, ad esempio, la Fiom, il cui discorso si basa sulla centralità delle relazioni di lavoro nell’industria automobilistica e Critical Mass, la cui utopia consiste invece in un mondo che tendenzialmente fa a meno delle automobili? La risposta convincente che un versante del dibattito sociologico ha avanzato è: l’opposizione comune ad una globalizzazione sviluppatasi nell’alveo di una politica economica neo-liberista[3]. Relativamente a questo aspetto, il fattore di disintegrazione del movimento alterglobal italiano è stata l’impossibilità o l’incapacità di identificare una piattaforma focalizzata, da un lato, su meccanismi istituzionali di democratizzazione della governance dei processi di globalizzazione e, dall’altro, su misure di contrasto allo sviluppo abnorme del comparto finanziario nell’economia mondiale[4]. La difficoltà insormontabile, sottostante ad entrambe le articolazioni della piattaforma, è consistita ovviamente nella definizione di un livello istituzionale pertinente, stante lo svuotamento dello stato nazionale[5].

 
Più complicata risulta, invece, l’analisi relativa al tipo di conflitto che l’azione alterglobal è riuscito a strutturare. La proposta più persuasiva avanzata nel dibattito individua il tentativo di definire un conflitto culturale, che costruisce “spazi di vita” al cui interno si praticano modelli alternativi alle concezioni dominanti[6]. Ricerche successive, relative agli spazi di vita di una delle componenti del movimento alterglobal, quella del consumo etico, hanno studiato la relazione tra spazi di vita e mondo mainstream. E’ emerso che il successo dell’azione critica si misura attraverso l’espansione degli spazi di vita a spese degli ambiti in cui si praticano invece i modelli prevalenti[7].
 
Ne consegue che ogni organizzazione (ma anche ogni individuo) si trovano fronteggiati a dilemmi che si risolvono in una combinazione, spesso faticosa e comunque instabile, di istanze etiche e di autonomia od anche di autenticità[8] e, per l’altro verso, di integrazione nell’economia monetaria al fine di trarne le risorse indispensabili a far avanzare i propri progetti. Per esempio, le organizzazioni che si occupano della distribuzione nel consumo equo e solidale, se vogliono allargare lo spettro dei potenziali destinatari dei loro prodotti, vendono questi ultimi nei supermercati, ma in tal modo riproducono i modelli dominanti di consumo. E’ una loro scelta: potrebbero non farlo, ma al costo di lasciare confinate le loro proposte nelle “botteghe”. Si è fatto ricorso al concetto di ambivalenza per designare questa situazione che non ammette soluzioni ottimali tra affermazioni soggettive ed integrazione nella vita sociale[9].
E’ forse qui la radice del fatto che i movimenti che confluirono all’inizio del secolo nelle mobilitazioni alterglobal non siano riusciti a strutturare il dibattito nella sfera pubblica[10] intorno ai propri temi, dopo il declino dell’azione del movimento operaio[11]. Parallelamente, a differenza del discorso di classe che sosteneva le iniziative dei lavoratori industriali, il movimento alterglobal non è riuscito a diffondere un nuovo senso comune[12] alternativo tra gli strati che si situano ai livelli bassi della stratificazione sociale (quelli non direttamente implicati nel rapporto di lavoro, come i disoccupati e le donne dei quartieri popolari)[13].

 
Tale difetto di strutturazione del conflitto produce ulteriori conseguenze, che qui si avanzano sotto forma di mere ipotesi di ricerca. Il paragone con il conflitto operaio nell’Europa occidentale del Novecento è, ancora una volta, inevitabile per decifrare alcuni di questi effetti[14]. In primo luogo, tra gli orientamenti dei nuovi movimenti prevalgono, in questa fase storica, le tendenze alla modernizzazione piuttosto che quelle all’antagonismo culturale[15] (si pensi all’ambientalismo e al pensiero della differenza di genere[16]). La seconda conseguenza riguarda la modalità attraverso cui si tenta di ricondurre entro parametri sociali la tendenza all’autonomizzazione dell’agire economico[17]: sembra prevalere un appello alla responsabilità morale dell’azione dirigente ed il ricorso alla filantropia, al posto delle prospettive di democrazia industriale ed economica e della rivendicazione dei diritti sociali[18], sorte nel contesto dell’istituzionalizzazione (più o meno parziale) sociale e politica della lotta di classe. Infine, si assiste ad una separazione tra moralità ed interessi[19], ossia tra ideali e materialità della vita sociale, mentre il movimento operaio riusciva a rappresentare il generale a partire dal particolare.

Giugno2011
 
Antonio Famiglietti ha condotto ricerche sui movimenti sociali, conseguendo un Ph.D. in Sociologia alll’Università di Warwick. I suoi attuali interessi di ricerca sono: la storia del sindacalismo (presso il Ce.Mu. della Filcams-Cgil), relazioni industriali (Fondazione G. Pastore), sviluppo del Mezzogiorno (Facoltà di Sociologia, Roma 1)

 
[1] A. Melucci, L’invenzione del presente. Movimenti sociali nelle società complesse, il Mulino, 1991.
[2] A. Famiglietti, Comunità operaie e sindacalismo. Città e culture del lavoro nell’esperienza britannica (1790-1920), Aracne, 2008.
[3] M. Andretta, et al., Global, noglobal, new global. La protesta contro il G8 a Genova, Laterza, 2002.
[4] J. E. Stiglitz, Globalization and its Discontents, Allen Lane, 2002 (trad. it.: Einaudi); R Dore, Finanza pigliatutto. Attendendo la rivincita dell’economia reale, il Mulino, 2009.
[5] D. Held, e A. McGrew, The Great Globalization Debate: An Introduction, in iidem (a cura di), “The Global Transformations Reader”, Polity Press, 2000. (trad. it.: il Mulino, 2001).
[6] A. L. Farro (a cura di), Italia alterglobal. Movimento, culture e spazi di vita di altre globalizzazioni, Angeli, 2006.
[7] L. Leonini e R. Sassatelli (a cura di) , Il consumo critico. Significati, pratiche, reti” Laterza, 2008; P. Rebughini e R. Sassatelli (a cura di), Le nuove frontiere dei consumi, Ombre Corte, 2008.
[8] C. Taylor, Il disagio della modernità, Laterza, 1994; A. Ferrara, Modernità e autenticità. Saggio sul pensiero sociale ed etico di J.J. Rousseau, Armando, 1989.
[9] A. Touraine, Le monde des femmes, Fayard, 2006 (tr. it. : il Saggiatore, 2009); S. Tabboni, Les temps sociaux, Colin, 2006.
[10] J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica, Laterza, 1994 (ed. or:. 1962).
[11] A. Touraine et al., Il movimento operaio, Angeli, 1984.
[12] P. Jedlowski, Il sapere dell’esperienza, il Saggiatore, 1994.
[13] A. Touraine, Sociologie de l’action, Seuil, 1965.
[14] M. Wieviorka,  After New Social Movements, “Social Movement Studies”, 2005, n. 4, 1.
 [15] A. Farro, La lente verde. Cultura, politica e azione collettiva ambientalista, Angeli, 1991.
[16] L. Benadusi et al. (a cura di), Dispari parità. Genere tra educazione e lavoro, Guerini, 2009.
[17] M. Weber, Considerazioni intermedie. Il destino dell’Occidente,  (a cura di A. Ferrara), 1995.
[18] T. H. Marshall, Citizenship and Social Class, in “Sociology at the Crossroads and other essays”, Heinemann, 1963.
             [19] A. Touraine, Après la crise, Seuil, 2010.