La conversione ecologica

  una nota per introdurre la discussione sulla conversione ecologica al seminario del 22-23 gennaio promosso da Uniti contro la crisi a Marghera

 

    di Guido Viale

PREMESSA
Queste note non sono un manifesto ideologico, né un programma politico, né un progetto industriale. Sono la proposta personale di un percorso per dare concretezza al concetto di conversione ecologica sulla base di alcuni esempi di manuale e di uno schema operativo.

Il concetto di conversione ecologica, introdotto anni fa da Alex Langer, rimanda sia alla dimensione personale e soggettiva (quella dello stile di vita, dei modelli di consumo, dell’impegno personale) delle trasformazioni proposte, sia alla loro dimensione oggettiva e sociale (quella dei nuovi prodotti, dei nuovi rapporti di mercato, della nuova organizzazione del lavoro).

La conversione ecologica comporta l’adozione di stili di vita e modelli di consumo fondati sulla sobrietà, che non significa miseria, né povertà, né sacrificio, bensì uso e distribuzione più equa delle risorse tanto in campo sociale (tra le diverse classi) quanto a livello geografico globale (tra le diverse aree geografiche). Ma significa anche riportare, tanto in ambito locale e nazionale, quanto in ambito continentale e planetario, il sistema produttivo entro un quadro di sostenibilità imposto dai limiti fisici e biologici del pianeta in cui viviamo, salvaguardando, potenziando e qualificando l’occupazione e valorizzando la dotazione di tecnologia, di impianti e di conoscenze dell’apparato industriale e produttivo esistente.

Riferimenti obbligati della conversione ecologica sono i territori (aree vaste, città e loro hinterland, ovvero ambiti regionali e subregionali) e i loro abitanti, dato che il percorso di trasformazione tende a ricostituire legami sociali che non siano fondati esclusivamente sul mercato, bensì “governati” attraverso la ricostituzione di un controllo condiviso (una forma di autogoverno) sui processi economici e sociali: il che non elimina, né nel presente né nel futuro, il fatto che il motore della trasformazione sia e resti il conflitto, sia all’interno di una stessa comunità territoriale, sia tra questa, o alcune delle sue componenti, e i poteri extraterritoriali che oggi governano il mondo.

Non tutto ovviamente può o deve essere “riterritorializzato”. Non lo devono essere saperi, conoscenze e creatività, che vanno liberalizzati e diffusi al massimo grado anche grazie alle opportunità offerte dalla rete, che consente una circolazione dell’informazione (bit) in tempo reale. Si dovrà usare invece come criterio generale di orientamento quello di avvicinare quanto più possibile la produzione di beni fisici (atomi) ai luoghi del loro uso o del loro consumo (di qui il concetto di km zero): per restituire alle comunità e, attraverso esse, a chi produce, un maggior grado di controllo sulla qualità e il destino dei prodotti; e a chi li usa o consuma la possibilità di incidere, attraverso procedimenti condivisi, sulla qualità dei beni a cui si accede.

Ma ci sono processi, e questo riguarda larga parte delle produzioni industriali, nei quali i margini di territorializzazione sono necessariamente limitati, perché, al di là del riciclo degli scarti della produzione e del consumo, esse devono e dovranno essere alimentate, per lo meno per molti degli anni a venire, con materie prime non reperibili in loco; ovvero continueranno a richiedere economie di scala che le collocano necessariamente al centro di “reti lunghe” di fornitura e di smercio che non possono essere ridimensionate oltre certi limiti. Ciò non toglie che la conquista di nuove forme di controllo da parte delle comunità nel cui territorio questi impianti sono insediati (e che ne ricavano reddito e ne subiscono gli impatti sociali e ambientali) rientri a pieno titolo tra le finalità della conversione ecologica.

Non sappiamo quale sarà il contesto in cui ci troveremo a vivere e operare nei prossimi anni: potrebbe essere dominato da conflitti bellici (caldi o freddi) scatenati dalla competizione commerciale; da disordini sociali indotti dal dilagare della crisi economica in un numero crescente di paesi, ma privi di direzione e di orientamenti condivisi; il che potrebbe innescare in molti casi strette sempre più autoritarie nei confronti della popolazione. Lo scenario più probabile è comunque quello di un caos ambientale crescente provocato dal moltiplicarsi di eventi estremi a cui gli organismi governativi e multilaterali saranno sempre meno in grado di far fronte o di porre rimedio.

Quello di cui possiamo purtroppo essere quasi certi è il fatto che non andiamo incontro a un nuovo periodo di espansione economica a livello globale. Gli elevatissimi tassi di crescita dei principali paesi “emergenti” sono per ora irrevocabilmente legati al permanere degli squilibri finanziari attuali. Può essere che alcuni di questi paesi riescano a sganciare le loro performances dal quadro globale, ma questo, se avverrà, difficilmente potrà avere effetti trainanti sul resto dell’economia mondiale. Non ci saranno più, in altre parole, altri “Trenta anni gloriosi” (1945-1975). Nel complesso, il futuro dell’economia dell’Occidente sarà quindi dominato dalla stagnazione. Il percorso della conversione ecologica deve poter adattarsi, nel bene e nel male, a ciascuno di questi possibili scenari.

La conversione ecologica potrà comunque essere un fattore di condivisione di orientamenti, di collegamento operativo e di coinvolgimento diretto per gli attori dei prossimi conflitti sociali, per i promotori di buone pratiche, per i soggetti delle mille forme di resistenza molecolare alle forme in cui si esercita il dominio, per tutti coloro che manifestano o manifesteranno disgusto per il clima opprimente che caratterizza lo stato attuale delle cose nel nostro paese e in tutto il mondo. Sugli stessi temi qui affrontati è infatti da tempo al lavoro una miriade di soggetti, di organismi e di movimenti che si sono già presentati più volte come “la seconda potenza mondiale”sulla scena politica e sociale del pianeta; anche se poi si sono temporaneamente eclissati o hanno dovuto soccombere di fronte a poteri ancora per molto più forti di loro

Il fulcro della riconversione possibile è costituito dal passaggio da un modello di consumo fondato su un accesso individuale ai beni e ai servizi a forme sempre più spinte di consumo condiviso: la gestione condivisa dei consumi, peraltro, non ne elimina il carattere individuale e “personalizzato”: non si tratta di “collettivizzare” il consumo, ma di associarsi per migliorarne l’efficacia e ridurne i costi.

La promozione di forme nuove di consumo condiviso – che vuol dire controllo o condizionamento sulle condizioni in cui il bene o il servizio vengono prodotti, distribuiti o erogati - è al tempo stesso la strada e l’obiettivo di una democrazia partecipata che coinvolga la cittadinanza attiva e la faccia crescere in numero e capacità di autogoverno: protagonisti ne dovrebbero diventare, secondo le modalità specifiche proprie di ciascun soggetto, i lavoratori e le loro organizzazioni, il volontariato e l’associazionismo di base, le amministrazioni locali o qualche loro segmento, le imprese sociali e quelle, anche private, soprattutto se a base locale, disponibili al cambiamento.

La progettazione e la realizzazione di questo passaggio richiede un confronto aperto con tutti gli interlocutori possibili; un confronto che nella maggior parte dei casi andrà imposto attraverso modalità conflittuali, cioè con la lotta; e in altri potrà essere favorito dal precipitare della crisi.

Le proposte maturate e in alcuni significativi casi già sperimentate in anni di riflessione e di pratiche in seno ai movimenti sono vincenti. In un confronto aperto e trasparente, ovunque sia possibile averlo, non possono che far prevalere le proprie ragioni. Il che non significa che si impongano anche le soluzioni proposte (tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare). Ma la strada da percorrere per conquistare il consenso degli interessi e dei soggetti coinvolti è questa.

Poi bisogna trovare un imprenditore, singolo o “collettivo” per gestire i nuovi processi. Un’imprenditoria del genere oggi è quasi del tutto assente, ma può ancora nascere: sia tra le aziende messe alle strette dalla crisi, sia come espressione organizzata di istanze della società civile; nuovi amministratori pubblici possono diventare interlocutori credibili se quelli inetti verranno messi alle corde, anche a prescindere dai processi elettorali che li selezionano oggi; l’associazionismo e il sindacalismo di base dovranno riorganizzarsi su nuove basi: non per attenuare quella conflittualità verso lo stato di cose presente che è la molla di ogni trasformazione sociale, ma per ampliare il proprio ruolo valorizzando le competenze sia generali che specialistiche a cui possono attingere.

Ma perché nasca una classe dirigente consapevole, articolata e diffusa sul territorio, in grado valorizzarne le risorse naturali, storiche e umane, disposta ad accettare e a trarre vantaggio dagli inevitabili conflitti, è necessario innanzitutto creare delle sedi, aprire degli “spazi pubblici” dove possa svilupparsi un confronto diretto tra le diverse posizioni in gioco.

ALCUNI ESEMPI:

Il modello oggi più diffuso di un “trasferimento di poteri” di questo genere, ancorché di dimensioni minime e di valore quasi esclusivamente esemplare, è forse rappresentato dai GAS: Gruppi di acquisto solidale. Sono associazioni volontarie di cittadini attivi che si organizzano per scavalcare l’intermediazione commerciale – e i suoi costi – e per accedere in modo diretto ad acquisti di qualità controllata: prevalentemente, ma non solo, in campo alimentare (prodotti dell’agricoltura biologica o di lavorazioni tradizionali). Nel promuovere la loro pratica mettono al lavoro e sviluppano nuovi saperi: quelli che permettono loro di esercitare un controllo sulla qualità e i processi produttivi di ciò che comprano.

Ma al tempo stesso stimolano un numero crescente di imprese agricole e di trasformazione ad adeguarsi agli standard richiesti e quindi a imboccare la strada di una riconversione ambientale. In questo processo lo stimolo è reciproco: il produttore che apre la sua azienda alla verifica del consumatore, gli trasmette – trasmette ad alcuni, i più disponibili a farsene coinvolgere - i suoi saperi e ne riceve a sua volta nuovi stimoli.

Manca ancora, in questo intreccio, un terzo attore: l’amministrazione locale. In alcuni, rari, casi comincia a fare la sua comparsa. Per esempio con la promozione dei farmer’s market e con la diffusione degli orti urbani. Ma se la promozione dei GAS, da iniziativa spontanea di gruppi ristretti di cittadini attivi, venisse adottata da una amministrazione locale, garantendo il coinvolgimento organizzato degli utenti, potrebbe gradualmente coinvolgere un numero crescente di cittadini, favorire una vera riconversione del territorio agricolo circostante e investire progressivamente altre produzioni – non solo, necessariamente locali, ma sempre caratterizzate da un rapporto diretto con degli interlocutori che esprimono le esigenze di una comunità.

Proviamo ora a trasferire questo schema al settore energetico: il mercato dell’energia (gas ed elettricità) è stato liberalizzato, ma non si può certo pensare che ogni singolo utente si metta a seguirne i corsi per cambiare fornitore ogni volta che se ne presenti la convenienza. Ma quello che non può fare il singolo utente – nemmeno se è una piccola impresa – lo può fare la forza contrattuale degli utenti associati (alcune imprese già lo fanno); e tanto meglio se a promuovere, legittimare o garantire questa associazione è l’Ente locale.

Nei confronti del mercato ci vuole una mediazione: una ESCo (e qui si apre un vastissimo campo alla promozione di nuove imprese) che agisca per conto di tutti gli associati; e che, oltre a contrattare le forniture energetiche, interviene nelle abitazioni e nelle imprese degli utenti associati per promuovere misure di efficienza energetica, sfruttando gli incentivi (come i certificati bianchi) a cui il singolo utente non ha per lo più la possibilità di accedere. Ma anche attivando i finanziamenti resi possibili dalla cessione degli incentivi del conto energia per promuovere l’installazione di muovi impianti.

La valorizzazione delle fonti rinnovabili, per chi ha a disposizione un tetto, o una pertinenza esposta al vento, o una falda suscettibile di sfruttamento geotermico, o la prossimità con una fonte di scarti agricoli o forestali, può avvenire in forma decentrata; oppure in forma associata (e di questa soluzione ci sono già importanti esempi): abbinando cioè un gruppo di utenti a un impianto centralizzato gestito dall’Amministrazione locale o da una società a questa associata.

Naturalmente non potrà candidarsi a operazioni del genere un’Amministrazione che non abbia innanzitutto provveduto ad attivare tutte le forme possibili di efficienza energetica e di ricorso alle fonti rinnovabili negli edifici e negli impianti che appartegono al suo patrimonio. E poiché questi interventi hanno bisogno di progettisti, di installatori e di manutentori, è in questo modo che si promuove la creazione, la riconversione e la diffusione di imprese in grado di rispondere a questa domanda, ponendo le premesse perché il territorio nel suo complesso non debba più ricorrere a imprese e personale che vengono da lontano (e che saranno poi poco disponibili per garantire una manutenzione tempestiva).

A un livello superiore di coordinamento tra Enti locali e tra territori contigui si potrà promuovere, garantendo uno sbocco di mercato sicuro durante il periodo di abbiamento e un plaond di commesse anche oltre, lo sviluppo di produttori e fornitori di impianti; oppure proporre di riconvertire alla produzione di impianti per lo sfruttamento delle fonti rinnovabili, o di loro componenti, fabbriche votate alla chiusura o a intollerabili ridimensionamenti (ma ciò potrebbe consentire di mettere in discussione anche produzioni nocive o micidiali, come automobili di lusso e armi, nonostante che sui mercati vadano a gonfie vele).

Quello che qui si prospetta in campo energetico può essere riproposto in molti altri ambiti, dalle bollette telefoniche e di connessione internet contrattate congiuntamente alla mobilità flessibile, alla gestione del territorio e del suo assetto idrogeologico, alla gestione condivisa di tutte le infrastrutture che costituiscono o possono costituire beni comuni.

TERMINI IMERESE

Che fare, per esempio, degli impianti di Termini Imerese? L’unica cosa certa nella sarabanda di cifre, allusioni, modifiche e smentite che hanno accompagnato la presentazione del fantomatico programma Fabbrica Italia della Fiat e i successivi “accordi” di Pomigliano e Mirafiori è stata la chiusura dello stabilimento siciliano.

Non resta che riconvertire: a produzioni che promettano comunque di potersi espandere nei prossimi anni – quale che sia l’andamento congiunturale – e per le quali la Sicilia potrebbe anche fare da testa di ponte per una penetrazione in tutto il bacino del Mediterraneo. I settori la cui candidatura è più sensata sono efficienza energetica e fonti rinnovabili.

Oltre trent’anni fa la Fiat aveva messo a punto il Totem: un impianto mobile di microcogenerazione ad alta efficienza, funzionante sia a benzina che a gas, basato sul motore della 127. Poi ha lasciato cadere il progetto. Lo ha ripreso l’anno scorso la Volkswagen, che con il motore della golf intende produrre almeno 100mila impianti del genere da installare in condomini, piccole aziende, uffici: serve a produrre elettricità, riscaldamento, raffreddamento, congelamento, sterilizzazione con un’efficienza che si avvicina al 100 per cento. Perché in Italia no?

In una dimensione maggiore, tutta la tecnologia della micro cogenerazione (fino a 2-3 MW di potenza elettrica), in cui oggi domina l’industria tedesca, nasce dallo sviluppo dei motori marini: fino a trent’anni fa la Fiat aveva degli stabilimenti per la loro produzione (la Grandi Motori) che ha poi abbandonato (Fiat industrial ne conserva uno in Francia). Riprenderla potrebbe essere più complicato, ma non irrealistico.

Termini è comunque una fabbrica metalmeccanica e i rotori delle pale eoliche rientrano perfettamente in questa casistica e possono valorizzare la professionalità di molti degli addetti alla produzione della Y10. Lo stesso vale per le pompe geotermiche e per i rotori che sfruttano correnti, maree e onde marine. Diversamente ci si può impegnare nella produzione di massa di pannelli solari, termici e fotovoltaici. Oggi li importiamo quasi tutti. Cambierebbe completamente il genere, ma lo stabilimento è comunque lì, e l’indotto meccanico se ne potrebbe comunque avvantaggiare.

D’altronde, a pochi chilometri di distanza (a Bagheria) si sta lavorando per costruire un “polo” delle energie rinnovabili. Niente a che fare tra una fabbrica che rischia la chiusura e un progetto ancora tutto da realizzare che assorbirà comunque ingenti risorse pubbliche? Per entrambi il mercato è alle porte: in Sicilia; nel resto d’Italia; in tutto il Mediterraneo.

Ovviamente non basta enunciare un obiettivo. Bisogna costruire il contesto: cioè il mercato, la tecnologia, i finanziamenti, il coinvolgimento dei lavoratori e del tessuto sociale, la formazione. Alla Fiat non si poteva certo – né era opportuno farlo - chiedere di impegnarsi nel nuovo business; se le fosse interessato, l’avrebbe già fatto. Ma di cedere lo stabilimento, gli impianti, quel che resta del suo knowhow, di fornire gratuitamente assistenza tecnica e formazione per la riconversione dei lavoratori, certamente sì.

Al nuovo progetto si deve garantire un mercato sicuro per gli anni del suo avviamento. Lo possono fare, sull’esempio di quello che hanno fatto i comuni toscani per sostenere la riconversione dell’Electrolux di Scandicci alla produzione di pannelli solari, centinaia di enti pubblici, sia in Sicilia che nel resto d’Italia, che ne trarrebbero indubbi benefici in termini di efficienza e di risparmio.

Molti di questi interventi sono peraltro finanziabili con la formula FTT (finanziamento tramite terzi): un istituto finanziario anticipa in fondi e poi si rifà incorporando i frutti del risparmio in bolletta e gli eventuali incentivi. Per l’ente pubblico l’intervento è gratis, o quasi. Il resto dei fondi necessari alla riconversione può essere anticipato dalle banche con garanzia della Regione Sicilia, che, a differenza di tutte le altre, di denaro ne ha in abbondanza e per lo più lo spreca.

I lavoratori – non solo quelli della Fiat, ma anche quelli dell’indotto – i sindacati e la popolazione del territorio andrebbero coinvolti fin da subito, per renderli consapevole delle potenzialità, dei vantaggi e anche dei rischi del progetto; ma mettendoli di fronte al sicuro fallimento di altre soluzioni. E Termini Imerese potrebbe diventare un caso esemplare.

Ma l’esempio di Scandicci dimostra che quando ci sono gli impianti, il mercato, i lavoratori e i soldi, qualcuno disposto a “rischiare” – per così dire – si trova sempre. Il problema è solo quello di selezionarlo e poterlo controllare seriamente.

LO SCHEMA OPERATIVO

Qualsiasi iniziativa di conversione ecologica, a qualsiasi livello, ha bisogno di fare riferimento a un inquadramento generale: a livello regionale, nazionale, continentale e planetario, a cui è demandata una duplice funzione:

• Garantire un approccio, una prospettiva e un pensiero globali a un agire necessariamente locale;

• Definire un orientamento programmatico su cui chiamare a confrontarsi – ed eventualmente ad agire – le diverse entità politiche, sociali, professionali e culturali oggi completamente prive di riferimenti strategici.

Questo quadro di riferimento sarà necessariamente un work in progress, che dovrà venir definito e aggiornato sulla base di tre contributi:

• La raccolta e la sintesi delle principali elaborazioni sul contesto economico, sociale, ambientale al livello sia locale che generale: regionale, nazionale, continentale, planetario (non si tratta di mettere in piedi un ufficio studi, ma solo di ancorare il nostro lavoro a un inquadramento di scenario);

• Gli sviluppi delle tecnologie e delle buone pratiche (e dei relativi costi, comparati a quelli delle soluzioni business as usual) nei principali settori di riferimento (per i quali vedi oltre);

• I contributi teorici e operativi (le buone pratiche) forniti dagli organismi locali in cui si articola il percorso prospettato.

Già solo a questo livello – ma un’ulteriore e maggiore occasione di impegno potrà scaturire dall’articolazione del percorso a livello locale) il coinvolgimento di una parte consistente del mondo universitario (organizzazioni di studenti, di ricercatori e di docenti disponibili) e di alcuni centri di ricerca offre al movimento degli studenti l’occasione di un impegno continuativo, di una crescita culturale e di un confronto permanente con le altre componenti che verranno coinvolte in questa iniziativa (Fiom e altre forze sindacali, centri sociali, comitati di base o di scopo e associazioni locali) in grado di trasformare radicalmente, agganciandole a una prassi concreta e costruttiva, le attività che si svolgono in sede accademica e scolastica.

L’elaborazione di questo quadro di riferimento procederà, con contributi volontari e a titolo gratuito, organizzato per commissioni tematiche e soprattutto attraverso collegamenti in rete. Una o due volte all’anno si procederà a rendere pubblici, attraverso dei convegni, lo stato di avanzamento dell’analisi, delle proposte e delle eventuali iniziative concrete. Il gruppo che lavorerà su questi temi è aperto a ogni contributo compatibile con le finalità del processo.

A livello nazionale, l’elaborazione del quadro di riferimento individua (in ipotesi) quattro macroaree tematiche che hanno per oggetto le principali determinanti della conversione ecologica:

• Fonti rinnovabili ed efficienza energetica;

• Agricoltura, tutela del territorio, industria agroalimentare, sistema distributivo;

• Beni comuni fisici: realizzazione, manutenzione, ristrutturazione, gestione e governo delle infrastrutture (servizio idrico integrato, telecomunicazione, vettoriamento elettrico, vie di comunicazione, ecc.)

• Mobilità: riqualificazione dell’assetto urbano, promozione di servizi on line, trasporto pubblico lungo le linee di forza, mobilità flessibile, distribuzione delle merci (centrale, su questo punto, sono le valutazioni sull’impatto, sul futuro e sulla sostituibilità della mobilità affidata alla motorizzazione privata e, conseguentemente, sulle prospettive dell’industria automobilistica: tuttora una delle principali fonti di occupazione, diretta, indotta e di sistema, di consumo di risorse e di territorio, di inquinamento dell’aria e dei suoli, di produzione di emissioni climalteranti ).

Il quadro di riferimento generale dovrà approfondire, aggiornare o sviluppare, per ciascuna delle macroaree considerate, il numero maggiore possibile delle seguenti questioni:

• Potenzialità (delle fonti rinnovabili, per singola fonte, dell’efficienza energetica, per settore e comparto, del vettoriamento, delle produzioni agricole, della multifunzionalità in agricoltura, della distribuzione a rete corta, dell’adeguamento delle infrastrutture, delle modalità di trasporto di persone e merci); il tutto suddiviso per macroaree territoriali (almeno Nord, Centro, Sud e Isole);

• Opportunità di sviluppo di determinati interventi rispetto alla prosecuzione/potenziamento delle soluzioni attuali;

• Tempistica ipotetica della conversione e relativi costi e benefici; fonti di finanziamento utilizzabili e ricavi;

• Stima delle ricadute occupazionali e reddituali;

• Barriere e ostacoli (economici, tecnici, sociali, culturali) alla realizzazione degli interventi e possibili soluzioni per superarli;

• Misure normative, legislative, regolamentari e incentivanti o disincentivati da proporre.

Gran parte di questi temi è già stata sviluppata in varie sedi. Si tratta di realizzarne una sintesi con una dimensione operativa, esplicitando le diversità di orientamenti e di valutazioni riscontrate, per renderla disponibile a una platea di “utenti” non specialistici e più ampia possibile. La presentazione periodica dello stato di avanzamento dell’elaborazione si arricchirà degli input provenienti dalle articolazioni territoriali del percorso.

A livello locale – di città, di Comune, di area vasta, di fabbrica, di azienda, di quartiere, ecc. – l’iniziativa orientata alla conversione ecologica non potrà che svilupparsi “a macchia di leopardo” in base a fattori quali (a titolo di esempio):

• Il grado di coesione e di maturazione del confronto all’interno degli organismi coinvolti;

• L’urgenza imposte dalla crisi (in particolare in campo occupazionale – crisi aziendali – o ambientali – rifiuti, alluvioni, inquinamento, terremoti, ecc.);

• L’accettazione sociale di proposte specifiche e circostanziate;

• La qualità del patrimonio naturale, produttivo e cognitivo che è possibile mettere al lavoro;

L’articolazione del percorso a livello territoriale procederà contestualmente alla elaborazione e all’aggiornamento del quadro di riferimento generale e si configurerà come messa a punto di proposte di intervento a livello locale sulla base delle opportunità individuate. Essa dovrà essere promossa, in ogni territorio coinvolto, da un nucleo iniziale che, come ipotesi di massima, potrà scaturire da entità quali:

• Raggruppamenti o organizzazioni di studenti, di docenti o di esperti;

• Comitati territoriali o di scopo (sui rifiuti, sul servizio idrico, contro determinate infrastrutture, ecc.);

• Rappresentanze sindacali e maestranze di fabbriche o aziende in crisi;

• Amministrazioni locali o loro singoli esponenti;

• Associazioni professionali;

• Singole imprese o loro rappresentanze di categoria.

A questo livello il contributo specialistico di tecnici, operatori del settore, giuristi, economisti e studenti è essenziale per dare concretezza alle proposte. Il nucleo promotore dovrà produrre un documento, in qualche modo collegato al quadro di riferimento, e invitare a un confronto – nelle modalità e nei tempi opportuni – tutti gli organismi di cui al punto precedente, proponendo di aggregarsi, partecipare alla sua ulteriore elaborazione, al suo approfondimento, o modifica o allargamento ad altri temi.

L’aggregazione che eventualmente si verrà a formare lavorerà anch’essa per commissioni tematiche; elaborerà proposte più dettagliate, evidenzierà le alternative prospettate presentandole in documenti sullo stato di avanzamento dei lavori.

In questi organismi così aggregati non si vota e ciascun soggetto o ente partecipante mantiene la più completa autonomia di giudizio e di azione nei confronti delle posizioni emerse nel dibattito, impegnandosi solo a proseguire il confronto, eventualmente sulla base di un coinvolgimento più ampio di soggetti o di temi.

Gli organismi che si ritrovano a convergere su determinati obiettivi, proposte possono in piena autonomia promuovere iniziative per proporre, rivendicare, o realizzare i loro progetti.

In questa prospettiva il fattore determinante della conversione ecologica è la “territorializzazione” dei processi, il collegamento più diretto possibile tra produzione e consumo.

Ma il coinvolgimento delle amministrazioni locali è fondamentale, anche se non indispensabile. Serve a dare legittimità, forza e in alcun casi, garanzie finanziarie e avviamento a determinate iniziative.

IL RUOLO DELLE AMMINISTRAZIONI LOCALI

Con pochissime eccezioni, le amministrazioni locali e soprattutto il loro personale politico (ma anche quello inquadrato nella struttura) non hanno la cultura, la sensibilità e le conoscenze per avviare, o anche solo aggregarsi, a processi del genere. In questo campo c’è un’opera vastissima di sensibilizzazione e di informazione da sviluppare.

Inoltre, anche se lo volessero, le amministrazioni locali non dispongono e disporranno sempre meno di strumenti operativi. La legge italiana, violenta versione nazionale di orientamenti formalmente liberisti, in realtà privatistici – ma assai meno vincolanti - dell’Unione Europea, impone loro di dismettere le imprese controllate o partecipate, per affidarle a gestioni private e a processi di aggregazione (vedi i casi di Hera, A2A, Enìa, Iride, Acea, ecc.) che le allontanano sempre più dal territorio, dalle sue esigenze e, soprattutto, dalle possibilità di un controllo diretto da parte degli utenti; per trasformarsi in holding coinvolte nel gioco finanziario planetario che ha scatenato e continua a riprodurre la crisi che stiamo attraversando.

Per invertire rotta bisogna uscire da una cultura della competitività (tutti contro tutti, per niente altro che la “sopravvivenza”) che non fa che abbassare sempre più gli standard di chi vive del proprio lavoro, senza offrire alcuna prospettiva a una autentica riconversione ambientale.

Occorre che nei territori di loro competenza agli Enti locali venga restituita la possibilità, nella massima trasparenza di fronte ai propri amministrati, di fare impresa, di promuovere accordi che garantiscano mercato a chi si impegna in produzioni che corrispondono a un disegno condiviso, di sostenere riconversioni produttive di imprese senza futuro, o che tolgono il futuro ad altri.

In questa direzione, una ripresa della legge Marcora (49/85) sulla gestione cooperative delle imprese in disarmo, potrebbe fungere da tramite di alcune sperimentazioni, se la responsabilità di gestire il fallimento e la riconversione della propria impresa non venisse fatto ricadere solo sulle spalle dei lavoratori colpiti, ma diventasse la bandiera di una mobilitazione di tutto il territorio, con un coinvolgimento e un impegno concreto di tutte le conoscenze e le professionalità attivabili.

All’inizio del secolo scorso, per fornire alla parte meno privilegiata dei propri amministrati elettricità, acqua, gas, fognature, trasporto, e poi anche gestione dei rifiuti, sanità, assistenza, cultura, le amministrazioni a guida socialista o democratica del nostro paese avevano fondato le imprese “municipalizzate”; che potevano controllare direttamente, grazie alla copertura di una legge nazionale voluta da Giolitti.

Quel sistema di imprese pubbliche che ora la legge impone di smantellare è stato fatto in gran parte degenerare dal clientelismo e dalla trasformazione in società per azioni; senza però che la sua privatizzazione abbia portato alcun miglioramento agli utenti; mentre ha contribuito comunque non poco ad alimentare una nuova ondata di “finanziarizzazione” dell’economia e di “esternalizzazioni” dei servizi, affidati a catene di subappalti fondati sullo sfruttamento intensivo del lavoro.

Le forme dell’intervento delle amministrazioni locali nell’economia devono sicuramente cambiare; la trasparenza di tutte le operazioni effettuate e il coinvolgimento della cittadinanza attiva nella gestione o nel controllo ne devono diventare vincoli ineludibili, perché sono l’unico presidio nei confronti delle degenerazioni clientelari, che aprono poi le porte alle infiltrazioni e al controllo della malavita organizzata; ma non ci sarà conversione ecologica senza un recupero radicale da parte delle amministrazioni locali del potere di intervenire nella gestione dei processi di produzione e di consumo che interessano il loro territorio.