FITOUSSI: LA STATISTICA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA

di Emanuele Di Nicola

All'Istat l'incontro “Oltre il Pil”. L'economista Jean Paul Fitoussi spiega perchè non misura il benessere: “Se la gente non si riconosce nei numeri, ha l'impressione che siano manipolati”. Servono nuovi indicatori basati su famiglie, redditi medi e condizioni materiali. “Se la gente non si riconosce nelle statistiche pubbliche, ha l’impressione che queste siano manipolate. E la democrazia si indebolisce”.

 

Così l’economista Jean-Paul Fitoussi, presidente dell’Ofce - osservatorio francese delle congiunture economiche -, è intervenuto all’incontro “Oltre il Pil: quantità e qualità della crescita”, che si è svolto oggi (14 gennaio) a Roma. Il workshop internazionale, organizzato dall’Istat, Oecd (Organization for economic cooperation and development) e Aspen Institute Italia, è stato l’occasione per riflettere sul valore reale della statistica, dopo la chiusura del Rapporto della Commissione Sarkozy che teorizza il superamento del Prodotto interno lordo. Fitoussi è tornato a parlare di questo lavoro, realizzato con Sen e Stiglitz (più altri 22 collaboratori), illustrando l’impostazione complessiva del sistema di rilevazione generalmente condiviso. Quali i punti deboli, cosa bisogna rivedere.

 

“Non siamo una squadra di Sarkozy – ha esordito riferendosi al Rapporto -, ma persone libere che avrebbero comunque lavorato su questo argomento. Perché oggi nella statistica c’è una necessità importante: calcolare la produzione anche non di mercato”. In particolare, riflette lo studioso, se le cifre non sono affidabili non offrono l’immagine giusta di una società: “Non c’è luce, siamo nell’oscurità e anche le politiche da adottare saranno inevitabilmente distorte”. Poi ha parlato della fase attuale: durante la crisi cresce il divario tra ricchi e poveri in tutti i paesi, sostiene, e le statistiche non risultano rappresentative. E’ in gioco la fiducia dei cittadini: “Se aumenta la disuguaglianza e la crescita risulta pari al 2-3%, allora c’è un problema di rappresentatività. In fase di crisi fornire una media non significa niente, occorre dare cifre mediane”.

 

La percezione delle persone si discosta troppo dai fenomeni indicati nei numeri. Per trovare esempi concreti si può guardare all’ultimo decennio: la Francia di Jospin nel 1997-2001 registrava un aumento del Pil del 3-4%, ma alle urne il Fronte nazionale di Le Pen ottenne più voti del socialista. “Era una crescita brillante, ma purtroppo non era per tutti – secondo lo studioso -, e in quel caso chi rimane indietro peggiora molto la percezione delle proprie condizioni”.

 

Insomma, il Pil non serve a misurare il benessere: “Il terremoto di Haiti farà aumentare il Pil mondiale, c’è il paradosso che un dramma terribile in termini statistici viene registrato come un successo”. Il problema è che “non sappiamo misurare i cambiamenti di qualità, misuriamo solo le spese”. Per questo bisogna pensare nuove misure centrate sulle famiglie, i redditi medi, le condizioni materiali di vita: sanità, educazione, relazioni sociali, ambiente e sostenibilità nel futuro (“Ci preoccupiamo per i nostri figli”). Il sistema è da rivedere, quantomeno aggiornare, ha concluso Fitoussi, con una certezza: “Non esiste una cifra unica, non c’è nessun numero magico per indicare il benessere”.

 

Dal governo arrivano aperture

Ha parlato del sistema statistico anche il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. La realtà italiana “non è esattamente catturata dai meccanismi del Pil”, ha dichiarato, anche perché la maggioranza delle aziende sono controllate da holding estere. Inoltre i numeri considerano la quantità e il prezzo, non la qualità dei prodotti. L’Italia ha quindi “enorme interesse” alla ricerca di nuovi indice, ma gli istituti di statistica nazionali devono continuare a esistere: “E’ una materia troppo importante per affidarla al mercato”. Anche il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha aperto ad altri indicatori: “Importante cominciare a valutare, insieme ai dati economici, quali altri elementi prendere in considerazione”. In ogni caso, ha specificato, non bisogna “cadere in tentazione” di archiviare il Pil: “Un conto è integrarlo, altra cosa è sostenere che non serva più per misurare la crescita economica”.

 

L’Istat conferma: non c’è indicatore unico Impossibile avere un’unità di misura per indicare il benessere. Lo ha ribadito nel suo intervento il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, che ha collaborato al Rapporto: “Non c’è un indicatore unico, la realtà è complessa e un numero non può riassumerla”. Negli ultimi dieci anni, ha spiegato, in Italia è scesa la ricchezza di famiglie e imprese a carattere famigliare, mentre è quasi raddoppiata quella delle società finanziarie e triplicata la ricchezza finita all’estero. Ha quindi illustrato il confronto tra prodotto interno loro e netto tra il 1999 e 2008: con l’indice pari a 100 nel ‘99, per il Pil si è registrata un incremento di 11,1 punti (a 111,1) mentre per il Pin di 9,1 punti (109,1). Ovvero “negli ultimi anni siamo cresciuti poco, ma se guardiamo al prodotto netto siamo cresciuti ancora meno”

 

Fonte: Rassegna