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Sulla conversione ecologica

        di Guido Viale *

 

La conversione ecologica, nella sua duplice dimensione, soggettiva (o se vogliamo, culturale e morale) e oggettiva (cioè relativa al che cosa, come, per chi e dove produrre) è elemento di immediata connessione tra il tema del lavoro, in tutte le sue manifestazioni – dal supersfruttamento alla disoccupazione, dal problema delle tutele giuridiche, contrattuali ed economiche al lavoro di cura non retribuito – e l’obiettivo generale della giustizia ambientale e sociale.

La conversione ecologica impone, accanto a un impegno personale e collettivo verso l’equità, l’efficienza e la sobrietà nell’uso delle risorse, una trasformazione radicale di alcuni settori portanti dell’attuale assetto produttivo: il passaggio dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili, la chiusura del ciclo nella gestione delle risorse (rifiuti zero), un’agricoltura biologica, multifunzionale e di prossimità, una gestione del territorio attenta agli assetti idrogeologici e avversa al consumo di suolo, una mobilità fondata sulla condivisione dei mezzi e sull’integrazione tra trasporto di massa e trasporto flessibile, un sistema educativo aperto a tutti, permanente e fondato sull’integrazione tra studio e lavoro.

Ma un assetto del genere non può essere rimandato a un futuro indeterminato (come, a mio avviso, tende a volte a presentarsi il programma della decrescita: più il paradigma di una società ideale che la definizione di un processo: nonostante il nome). Deve radicarsi in una pratica attuale capace di confrontarsi con i temi centrali del lavoro adesso: l’aggressione ai diritti e alle condizioni di chi lavora, la precarietà, la disoccupazione e l’inoccupazione (problematica entro cui rientra l’esclusione delle donne dal – e la loro emarginazione nel – mondo del lavoro), il riequilibrio di genere tra lavoro di cura e lavoro retribuito; ma soprattutto – perché questo è il banco di prova della capacità di elaborare e praticare una risposta alle conseguenze più macroscopiche della crisi in atto – la chiusura, il ridimensionamento, l’azzeramento di molte imprese e di interi settori produttivi.

 

La cosiddetta perdita di produttività, e poi di competitività (cioè il declino economico) del nostro paese è in gran parte dovuto alla combinazione di questi elementi: basso tasso di attività, soprattutto per la ridotta partecipazione delle donne e dei giovani al mercato del lavoro; precarietà che impedisce progressioni di carriera, formazione dei lavoratori, adeguamento del know-how aziendale; supersfruttamento nel tentativo di compensare con bassi salari e alto sfruttamento il gap tecnologico. E non è dovuto invece a presunti privilegi “intangibili” dei lavoratori, che in Italia sono tra i più bassi d’Europa: salari, pensioni, indennità di disoccupazione, sostegno alle famiglie, assistenza sanitaria, reddito di cittadinanza (del tutto assente). La riconversione dell’apparato produttivo non può essere disgiunta dalla capacità di dare una risposta, in termini sia pratici che programmatici, a tutti questi problemi. Ma è evidente che nella capacità di rispondere alle domande dei lavoratori resi “esuberanti” da una crisi aziendale, o settoriale, o ambientale (vedi Ilva) si definisce in progress la nostra concezione della conversione ecologica (o, comunque, della riconversione produttiva), ma anche il processo di costruzione di una aggregazione, di una “forza” sociale, e poi anche politica, che è il soggetto – oggi latente, o assente – di una conflittualità che restituisca legittimità e iniziativa alle potenzialità di trasformazione della società in direzione della sostenibilità ambientale e sociale.

 

Dovendo delineare – in forma di gerarchia di priorità – i criteri generali per la costruzione di questa “forza”, l’elenco potrebbbe essere il seguente:

 

1. La rigida difesa presso la stessa azienda dei posti di lavoro messi in forse, fino a che l’azienda stessa non si è riconvertita auna nuova produzione – o a un nuovo assetto produttivo – condiviso dalle maestranze e dalle comunità del territorio di riferimento. Questo è il nostro punto di discrimine fondamentale nei confronti del liberismo, secondo il quale solo la chiusura delle aziende fuori mercato e il licenziamento dei loro lavoratori consente e favorisce la nascita di nuovi imprese e il riassorbimento dei precedenti esuberi. Tutta la storia, italiana e mondiale degli ultimi anni sconfessa questa tesi.

 

2. La riconversione, cioè la lotta per il passaggio a nuove produzioni, non può gravare solo sulle spalle delle maestranze coinvolte; è un processo che deve coinvolgere tutte le comunità del territorio su cui grava l’impatto ambientale, sociale e occupazionale dell’azienda in crisi. Ciò allontana qualsiasi ipotesi di riconversione affidata a meccanismi di autogestione o di cogestione aziendale. L’impresa del 21°secolo non è più un conglomerato compatto, ma una rete di relazioni intersocietarie (impropriamente assimilate a un “mercato”) che ne rende inattuabile un gestione unitaria. L’unica soluzione praticabile è che le comunità locali – e le relative amministrazioni – si facciano carico del destino produttivo degli stabilimenti che insistono sul territorio di riferimento. Questo vale a maggior ragione per i distretti tecnologici e le reti locali di imprese che valorizzano fattori localizzativi.

 

3. La riconversione non riguarda soltanto la produzione, ma riguarda soprattutto gli sbocchi di mercato delle produzioni da riconvertire. E’ in questo campo che le comunità locali e le loro amministrazioni possono giocare un ruolo decisivo: sia fornendo un mercato – e in alcuni casi una domanda solvibile – alle nuove produzioni (per esempio nel caso di impianti diffusi di sfruttamento delle energie rinnovabili o di efficientamento energetico di abitazioni e imprese), sia attraverso le mediazioni – se e quando le controllano – delle aziende che erogano servizi locali (rifiuti, trasporti, energia elettrica, ristrutturazioni, gas, educazione, assistenza), che possono creare la domanda di attrezzature, impianti e mezzi per la riconversione di molte imprese a monte;

 

4. In tutti i casi l’orientamento generale di tutti i processi di riconversione ecologica delle produzioni va in direzione della loro riterritorializzazione, di un riavvicinamento generale, geografico e organizzativo, tra produzione e consumo, sul modello dei Gas (Gruppi di acquisto solidale) che, insieme all’accorciamento della catena distributiva promuovono socialità, condivisione, cultura ambientale e trasformazione ecologica delle produzioni. E’ questa, e non il protezionismo, la risposta corretta – realizzata attraverso accordi di programma tra consumatori e produttori – alla competitività universale promossa dal liberismo e basata sull’abbassamento generale degli standard di tutela del lavoro e dell’ambiente;

 

5. Decisivo nella promozione di progetti di riconversione, è il coinvolgimento di un numero maggiore possibile – anche con il ricorso a un impegno volontario – di tecnici, a livello nazionale e internazionale, per integrare le conoscenze che i lavoratori – che conoscono meglio di chiunque i cicli produttivi e le loro potenzialità – possono mettere a disposizione. L’attivazione di una o più situazioni in cui tema della riconversione venisse posto in questi termini potrebbe costituire l’occasione per rivolgere a tutte le organizzazioni studentesche e a tutte le università perché mettano all’ordine del giorno temi di studio e di ricerca finalizzati a portare un contributo a questo processo;

 

6. L’aggregazione delle forze sociali e degli organismi interessati alla riconversione produttiva di un’azienda o di un territorio, che può assumere, soprattutto nella fase iniziale, le forme più diverse, deve sfociare, nei tempi dovuti, in un progetto di massima di riconversione, comprensivo delle ipotesi o degli accordi preliminari necessari a garantire uno sbocco alle nuove produzioni, di una valutazione dei tempi e dei costi del progetto e delle modalità della sua attuazione;

 

7. Solo a questo punto è necessario che il piano si traduca in una rivendicazione nei confronti della proprietà dell’azienda, dei governi locali, del governo nazionale, che non deve essere ridotta all’attesa di un nuovo proprietario che si sostituisca a quello che è fallito o vuole ritirarsi. La rivendicazione non esclude il subentro di una nuova proprietà privata, purché sottoposta al controllo delle forze che hanno promosso la riconversione, ma in termini generali presuppone un intervento anche finanziario dello Stato a garanzia del controllo del processo da parte delle forze che lo hanno promosso;

 

8. Tutto ciò presuppone una modificazione radicale delle regole imposte dall’UE a difesa degli interessi della finanza globale, che si ripercuotono poi a livello di Stati membri nel pareggio di bilancio e nel fiscal compact, a livello locale nel patto di stabilità interno, a livello comunitario nell’ostacolo a qualsiasi aiuto di stato, tutte regole che preparano il terreno alla privatizzazione di tutto l’esistente, compreso il lavoro;

 

9. Infine, la gestione di un processo del genere non può essere affidato alle attuali classi dirigenti, né a livello politico né a livello amministrativo, né a livello imprenditoriale e manageriale. Occorre lavorare fin da ora alla formazione alla selezione di una nuova classe dirigente, capace di operare di conserva con le forme di partecipazione popolare che il processo di riconversione impone. Le sedi di promozione di questi processi sono l’ambito elettivo di questa formazione.

 

* Convegno nazionale di Alba -Torino, 6-7 ottobre 2012