Analisi dei voti: i meccanismi elettorali e la democrazia

 di Giovanni Chiambretto *

Ci hanno abituato a tifare la sera degli scrutini elettorali guardando le percentuali dei diversi schieramenti come ad una partita di calcio. Più distrattamente la mattina dopo ci informano sulla distribuzione dei seggi ed eventualmente sugli effettivi esiti istituzionali della consultazione. Seguono i rituali proclami di vittoria di tutti, o quasi, i leader politici.

Nel folklore di queste frequenti serate sportive sfuggono, o si vuole che ci sfuggano, due passaggi essenziali, almeno per la democrazia di un paese, su cui ci si dovrebbe interrogare: quanti cittadini non sono rappresentati nelle istituzioni e se c’è corrispondenza fra la quantità complessiva dei voti espressi e l’effettiva rappresentanza.

 

Prendiamo un po’ di esempi recenti andando a ritroso:

In Grecia il 17 Giugno su 9.945.002 elettori registrati, gli astenuti sono stati 3.793.693 pari 38,2 %. Se aggiungiamo 368.066 voti dispersi su liste che non hanno raggiunto il quorum siamo al 41,85% del corpo elettorale che è fuori (cioè non ha eletto nessuno)

In Francia al primo turno delle legislative il 10 Giugno su 46.083.260 elettori registrati, gli astenuti (comprese bianche o nulle) sono stati 20.130.170 pari al 43,7% del corpo elettorale che è fuori da ogni forma di rappresentanza istituzionale.

 

Per continuare, si parva licet componere magnis, veniamo alle ultime amministrative di alcune città italiane.

Parma: iscritti 142.143; astenuti 50.358 pari 35,4% del corpo elettorale. Se gli aggiungiamo 39.204 voti andati a liste che non hanno raggiunto il quorum o l’eletto siamo al 63,01% di elettori che non hanno rappresentanza ( non hanno eletto nessuno).

Monza: iscritti 94.591; astenuti 40.679 pari 43 % del corpo elettorale. Se gli aggiungiamo 6.837 voti andati a liste che non hanno raggiunto il quorum siamo al 50,24% di elettori che non hanno rappresentanza.

Genova: iscritti 503.752; astenuti 239.857 pari 47,6% del corpo elettorale. Se gli aggiungiamo 28.797 voti andati a liste che non hanno raggiunto il quorum siamo al 53,33% di elettori che non hanno rappresentanza. Sesto San Giovanni: iscritti 61.124; astenuti 27.433 pari 44,9 % del corpo elettorale. Se gli aggiungiamo 3.807 voti andati a liste che non hanno raggiunto il quorum siamo al 51,1% di elettori che non hanno rappresentanza.

Palermo: iscritti 563.624; astenuti 236.767 pari 42 % del corpo elettorale. Qui il discorso è ancora più intricato in quanto sono state presentate 26 liste di cui solo 9 hanno ottenuto una rappresentanza istituzionale. Nel complesso queste liste hanno ottenuto 183.450 voti pari al 32,55% degli aventi diritto al voto Quindi il 67,45% del corpo elettorale non è rappresentato.. Quindi negli esempi citati dal 42 al 67 percento dell’elettorato non è rappresentato ed in buona parte non si sa neanche cosa pensa. Ancora più sorprendente è la suddivisione del peso elettorale in termini di peso istituzionale:

Grecia: Il premio di 50 deputati ( quasi il 17% del totale )al partito di maggioranza relativa, cioè quello che ha preso almeno un voto in più del secondo (in questo caso Nuova Democrazia col 29,66% dei voti espressi) sposta pesantemente gli equilibri consentendo la formazione di un governo pro “sacrifici” con circa il 60% dei seggi. In realtà contando i voti ed applicando il proporzionale puro, la maggioranza dei greci si è espressa per partiti che si oppongono alla politica dell’ austerità intransigente, si dice… alla Merkel.

I seggi non sarebbero 180 a 120, ma circa 148 a 152. Certo nei 152 ci sarebbero anche i neonazisti con cui non sarebbe possibile una coalizione, ma qui preme segnalare che l’orientamento delle istituzioni è sostanzialmente falsato rispetto all’orientamento del corpo sociale del paese. In conclusione a Nuova Democrazia bastano 14.142 voti per fare un deputato, mentre per tutti gli altri ce ne vogliono circa 23.000

Francia: Il doppio turno uninominale ha comportato una sostanziale alterazione degli equilibri. Ad esempio in giugno il PS col 34,4% dei voti espressi ( fra i risultati peggiori del dopoguerra ) ha la maggioranza assoluta con il 54,4 % dei deputati (314 eletti su 577 totali, che sarebbero invece 199 se si fosse applicato il proporzionale puro). D’altro canto i Conservatori dell’UMP (che hanno preso più voti) col 34,66% dei voti espressi hanno 229 eletti (85 meno dei socialisti). O ancora: ai socialisti bastano 28.434 voti per fare un deputato, al Front de Gauche ne servono 179.187, al Front National addirittura serve la ridicola cifra di 1.764.187 voti.

 

Va da se che trasformando i voti raccolti al primo turno in seggi col sistema proporzionale Hollande non avrebbe la maggioranza parlamentare nemmeno con i Verdi. Un premio per la stabilità?. Niente affatto.

Semplicemente se si fossero affrontate le elezioni con il proporzionale probabilmente le alleanze sarebbero state diverse ( in soldoni gli ecologisti e la sinistra sarebbero determinanti ed il paese sarebbe costretto (dagli elettori!) a cambiare politica, cosa che probabilmente non avverrà, su gran parte delle questioni di fondo...

E veniamo all’Italia:

L’intrico forsennato di premi di coalizione, il voto per il sindaco disgiunto da quello di lista, eventuale ballottaggio e tanti altri dettagli impossibili anche da riassumere in questa sede, renderebbero l’analisi soffocante. Prendiamo solo come punti fissi i voti espressi al primo turno (quello in cui ci si esprime con un pò di libertà su tutta l’offerta politica) ed il risultato finale in termini di seggi.

Monza: Su 56.505 voti espressi le 4 liste che formano la maggioranza in consiglio detengono 20 consiglieri avendo raccolto complessivamente 16.997 voti pari al 30,08% dei voti espressi ( e al 17,97% degli aventi diritto). In altre parole un consigliere di maggioranza costa 850 voti, mentre all’opposizione uno del Pdl costa 1846 voti ed uno di Grillo 2413.

Genova: senza dilungarsi un seggio per il Pd (maggioranza) vale 4.595 voti, uno di Grillo ne vale 6.503, gli altri non li citiamo nemmeno. Sesto San Giovanni: Su 35.122 voti espressi le 4 liste che formano la maggioranza in consiglio detengono 15 consiglieri avendo raccolto complessivamente 13.355 voti pari al 38% dei voti. In altre parole un consigliere di maggioranza costa 890 voti, mentre uno di Grillo 1534.

Palermo: Il grande successo personale di Orlando (105.288 voti al primo turno e 158.010 al secondo) ha fatto il miracolo: il suo partito, l’IDV col 7,94% dei voti ha 30 consiglieri pari al 60,00% dei consiglieri.

Parma: Il partito che esprime la maggioranza in consiglio (20 consiglieri su 32) pari al 62,50% del consiglio, al primo turno ha totalizzato 13.817 voti su 91.785 votanti pari al 15,05%. Un consigliere 5stelle è stato eletto con 691 voti. Ad esempio quello dei Comunisti Italiani ne ha avuto bisogno di 4.059.

La casta forse dovrebbe capire che chi di riforma elettorale ferisce, di riforma elettorale a volte perisce .

Riepilogando:

Dei casi esaminati (grandi o piccoli) si deduce che la tendenza uniforme è che la platea attiva degli elettori si va riducendo a meno della metà degli aventi diritto ( e spesso molto oltre).

Di regola, specie in molti paesi del sud europa, la dimensione istituzionale della rappresentanza non è mai proporzionale al peso elettorale effettivo (tot voti=tot eletti).

La giustificazione secondo cui questi “correttivi” favorirebbero la governabilità è ridicola e mistificante.

Ridicola perché arrivare al risultato che liste che ottengono meno consensi abbiano molti più eletti di liste che hanno più consensi, non ha nulla a che vedere con la stabilità ( e soprattutto con la democrazia).

Mistificante perché ormai il potere si conquista non col consenso popolare, ma attraverso una spregiudicata tattica amministrativa fatta di liste civetta, false civiche, alleanze funzionali a fare scattare i “bonus” dei regolamenti, un po’ di corruzione, etc. Il tutto su più livelli incrociati.

La frammentazione è aumentata , anche se si nasconde nelle coalizioni o addirittura dentro finti partiti ( in molti abbiamo scoperto in queste settimane che la Margherita ed il vecchio PDS per molti versi esistevano ancora, con magari anche i giornali e le fondazioni di riferimento ). In novembre Napoletano-Monti hanno fatto le consultazioni con 34 gruppi diversi.

 

Se avessimo il proporzionale con un ragionevole quorum come in Germania e in vari altri paesi del nord europa, avremmo stabilmente forse 6-7 partiti (veri).

 

Gustosa ed indicativa è la storia dell’alleanza rosa-verde in Francia: a Marzo si costituisce, dopo almeno 4 mesi di discussioni per stendere un programma comune, una alleanza fra socialisti e verdi la cui articolazione prevista sarebbe stata la seguente:

1) Viene definito un pacchetto di provvedimenti condivisi in particolare per quanto attiene lo sviluppo sostenibile, la progressiva fuoriuscita dal nucleare, l’ambiente ( oltre a molti altri punti di politica interna ed internazionale).

2) Ciascuno dei due partiti si presenta con un proprio candidato al primo turno delle presidenziali.

3) I Verdi si impegnano a votare il candidato socialista, che prevedibilmente, entrerà nel ballottaggio a due.

4) Prima delle politiche del mese successivo viene costituito un governo in cui alcuni dicasteri (marginali) sono affidati ad esponenti verdi, guarda caso a chi ha condotto la trattativa, il cui risultato immediato è stata la perdita di più di metà del potenziale voto verde alle successive legislative ( e secondo Cohn Bendit di qualche giorno fà, di più di metà degli aderenti al partito).

5) Al primo turno delle successive elezioni legislative vengono concordati meccanismi di desistenza ed in particolare in 66 collegi i socialisti non si presentano ( ricambiati dai verdi in altri) indicando ai propri elettori di votare il candidato verde ( che ha sempre un supplente).

Si prevede che in almeno 35 di questi collegi lo schieramento rosa-verde possa avere la meglio sullo schieramento di destra e portare così la rappresentanza verde ad essere determinante negli equilibri parlamentari ( in fin dei conti hanno fatto eleggere Hollande).

Al secondo turno (di ballottaggio) Verdi e Socialisti indicano ai propri elettori di votare il candidato in ballottaggio, rosa o verde che sia, in tutti i 577 collegi.

6) Il risultato previsto è la vittoria dell’alleanza, un governo rosa-verde ed un presidente socialista per attuare un programma innovativo e condiviso.

7) In realtà fino alle presidenziali è andata così, ma dopo l’elezione di Hollande e l’insediamento del governo (con due ministri verdi in dicasteri insignificanti), alla presentazione delle liste per le legislative, si è verificato un fatto strano: in parecchi collegi, sembra ben 35, sono state presentate liste di “socialisti dissidenti” che hanno fatto saltare tutti gli accordi di desistenza mettendo in competizione candidati verdi e socialisti “dissidenti”.

Conclusione: gli eletti verdi sono stati solo 18 e risultano non necessari alla maggioranza parlamentare. I verdi ottengono il numero sufficiente a fare gruppo semplicemente grazie alla signora Le Pen, terzo incomodo in vari collegi, che azzera i conservatori e fa vincere il verde o il socialista del collegio.

I socialisti “dissidenti” eletti sono perfettamente integrati nel gruppo parlamentare socialista e ovviamente non si parla più di uscita dal nucleare, tutt’al più della chiusura di una sola della quarantina di centrali nucleari francesi (la più vecchia).

 

Solo a questo punto Cohn Bendit denuncia in sintesi: per il momento siamo fottuti, tranne la signora Duflot e alcuni amici, a condizione ( detto esplicitamente dai socialisti dopo il voto) che non rompa le scatole.

 

Quello francese è solo un esempio; che ci insegna che la democrazia è una cosa seria e non si può barattare. Almeno per chi si pone l’obiettivo del cambiamento, nel nostro paese e nel resto dell’Europa.

Forse sarebbe il momento di porre il problema di una vera riforma elettorale che indichi un diverso indirizzo non solo in Italia, ma in tutt’Europa.

Non le schifezze rimasticate che ci stanno cucinando Alfano, Bersani e Casini che, così come ci vengono prospettate riducono ulteriormente gli spazi democratici e demoliscono pezzo per pezzo la Costituzione in funzione della conservazione della casta. E non c’è da stupirsi se la politica, quella vera, la fanno i banchieri e pochi altri.

Questi amministrano poco più che il proprio conto in banca o quello delle proprie fondazioni di riferimento.

 

Forse sarebbe anche ora che lo stuolo di politici “anticasta” che ci ritroviamo in Italia riuscissero a comprendere in che mondo vivono, ed anziché ad ogni scadenza elettorale mandare allo sbaraglio i propri militanti ed i propri potenziali elettori in ordine sparso od in posizione subalterna, riuscissero ad elaborare una idea di aggregazione alternativa e una credibile strategia elettorale.

 

E’ da seguire con attenzione la tattica elettorale di Grillo che forse è l’unico, dopo il colpaccio di De Magistris a Napoli, ad avere capito in che razza di democrazia ci troviamo. La scelta di stare da solo, scommettere sulla arrogante frammentazione della casta, puntare a raccogliere una solida minoranza di protesta, entrare in ballottaggio e fare saltare il banco è forse l’unica alternativa praticabile allo scendere in piazza con forconi ed archibugi. Forse al momento non c’è altro da fare ma si può andare avanti così ?

 

Mi avvio a concludere con una citazione del Generale di Corpo d’Armata Flavio Mini che non mi risulta sia un pericoloso terrorista anarchico e che dovrebbe fare riflettere: “I cardini del sistema democratico sono le elezioni, la scelta popolare dei candidati e il diritto di governare attribuito alla maggioranza. Nella pratica moderna, però, l’elezione non è mai un fatto popolare se il popolo è soggetto a manipolazione e la scelta dei candidati non è mai affidata al popolo , ma ai partiti (che non sono la stessa cosa). I candidati devono comunque farsi conoscere e per questo devono comunicare, e comunicare costa. Paradossalmente, i candidati più preparati sono quelli espressi dalle oligarchie economiche che li sostengono, in cambio di agevolazioni e favori. Anche la democrazia del governo di maggioranza è un mito: il sistema democratico è una tentazione per la maggioranza di svantaggiare le minoranze, ma più spesso consente di affidare il potere alle oligarchie piuttosto che al demos. In una democrazia teorica di mille elettori, 501 di essi possono ignorare i diritti dei rimanenti 499. Ci sono vari metodi democratici per favorire l’accentramento del potere: la riduzione degli aventi diritto al voto, l’astensione, la scheda bianca e quella nulla. Il combinato di questi fattori fa sì che, nel migliore dei casi, l’affluenza si collochi intorno al 60%. Sicchè nella nostra democrazia teorica la maggioranza assoluta si forma su una base di 600 persone e quindi ne bastano 301. Se si suppongono 3 forze politiche equivalenti e il premio al partito di maggioranza relativa, 101 persone decidono i destini di altre 899. Il che equivale a un’aristocrazia. Inoltre, la democrazia occidentale ha cessato di costruire utopie, che sono l’anima della politica e persino della libertà. In questo senso, la democrazia contemporanea è la massima espressione dell’anti-idealismo: essa coincide con il libero mercato e la sua introduzione nei paesi che non l’hanno mai conosciuta (come quelli dell’Europa orientale e dei Balcani) significa privatizzazione, economia di mercato e diseguaglianze.” (da Limes n.2/2012)

 

Per finire è bene ricordare che nel 1968, l’anno dei movimenti “rivoluzionari”, nelle elezioni politiche ( con le regole varate dalla Costituzione del 1946-47), espresse un voto utile il 93% degli elettori.

15 anni prima, nel 1953, quando si tentò di introdurre il maggioritario (il DC Tambroni) attraverso un premio al primo partito, dentro e fuori le aule parlamentari si arrivò ai tumulti ed il tentativo fallì.

Il maggioritario arrivò solo nella prima metà degli anni ’90: i vecchi partiti cambiarono nome e sopravvissero pari pari a “Mani Pulite”.

Se è possibile porcellum e mattarellum, per non parlare di quanto preparano PD, PDL, UDC, sono molto, molto peggio del tentativo fallito del 1953.

 

* Gruppo delle Cinque Terre – Lombardia